Mi sento di poter dire che la vicenda di Garlasco sta da tempo assumendo contorni assai diversi rispetto ai tanti casi giudiziari finiti sotto i riflettori dei media. Qui non c’è il solito inevitabile sensazionalismo alimentato da chi, legittimamente, punta a vendere più copie di giornali o ad aumentare i propri ascolti.
Qui il problema grosso è che un crescente numero di cittadini italiani, evidentemente angosciati dalla prospettiva di beccarsi una condanna basata su labili indizi, chiede ad alta voce di scoprire finalmente la verità dei fatti e non quella processuale ottenuta dopo cinque gradi di giudizio. Una verità processuale che non ha affatto fugato quel ragionevole dubbio che, come ha ricordato con grande autorevolezza il giudice Vitelli – che assolse Alberto Stasi in primo grado -, dovrebbe sempre rappresentare un fondamentale punto di riferimento in ogni processo, soprattutto quando quest’ultimo è fondato su prove circostanziali.
Ed è, a mio avviso, proprio in forza di questa montante pressione popolare, alimentata dai continui colpi di scena che si stanno susseguendo a ritmo battente, che i molti colpevolisti dell’informazione sembrano interessati da un lento ma graduale riposizionamento in un comodo attendismo, così da potersi poi spendere in qualche modo un radicale ribaltamento delle loro precedenti e granitiche convinzioni di colpevolezza sostenute nei confronti del “biondino dagli occhi di ghiaccio”.
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In tal senso, basta dare una occhiata ai dibattiti televisivi di questi ultimi giorni, in particolare a seguito delle inquietanti novità riguardanti l’ex procuratore di Pavia Venditti, per avere una idea di ciò. Persino la nota criminologa Roberta Bruzzone, che fino ad ora ha mantenuto una linea molto scettica sulla nuova indagine, durante un talk serale in onda su Rai2, ha teorizzato, qualora si dimostrassero veritiere la gravi accuse mosse a Venditti, una sorta di sistema di corruzione ben al di là del singolo caso.
Tuttavia, ritengo doveroso segnale per irriducibile coerenza colpevolista il bravo Massimo Lugli, nei riguardi del quale non condivido nulla riguardo le sue argomentazioni circa la condanna di Stasi.
Ebbene, ospite lunedì mattina di Storie italiane – programma di Rai1 condotto in modo equilibrato da Eleonora Daniele -, di fronte alle tante evidenze che stanno sconvolgendo il caso, se l’è presa con la scelta di Stasi e dei suoi legali di optare in primo grado per il rito abbreviato. Un rito abbreviato che oggi non è più possibile per i reati che prevedono l’ergastolo e che, cosa assai importante, in cambio di uno sconto di pena impediscono all’imputato di formare nuove prove e sentire nuovi testimoni.
A parere di Lugli, al contrario, nell’ambito di un rito ordinario forse si sarebbe potuto fare maggiore chiarezza sui fatti, evitando di ritornare sul caso dopo ben 18 anni. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, ha concluso il giornalista.
Frase assai infelice nei riguardi di un possibile innocente la cui vita, in questo caso, sarebbe stata mandata letteralmente in pezzi.
Oltre al piccolo dettaglio, il quale forse è sfuggito allo stesso Lugli, che nel processo di Appello-bis gli approfondimenti ulteriori, che non sono stati fatti in primo grado, sono in verità copiosamente avvenuti, arrivando persino, onde rendere plausibile una ricostruzione di per sé già surreale, a spostare all’indietro l’ora del delitto. Solo che a leggere la sentenza di condanna, con l’ausilio del famoso “rasoio di Occam”, dobbiamo rilevare che se prima i dubbi erano notevoli, dopo la condanna passata in giudicata questi ultimi hanno raggiunto le dimensioni di una montagna.
Claudio Romiti, 30 settembre 2025
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