Non si poté celebrare alcun rito pasquale, ma allora andava bene. Per capire le vere ragioni della mossa del cardinale Pizzaballa, forse conviene seguire il denaro.
E se la “messa in scena” – come ha efficacemente titolato Il Riformista – del cardinale Pierbattista Pizzaballa fosse un altro “caso Becciu”? Diversamente non si spiega perché questo prelato, che vive in Terra Santa da almeno trentacinque anni, che parla e scrive perfettamente l’ebraico – il che esclude qualsiasi fraintendimento – che ha ottimi rapporti con il rabbinato sia d’Israele sia, soprattutto, d’Italia, e che per decenni è stato il punto di riferimento dei tanti cattolici ebreofoni che vivono in Palestina, abbia montato un caso sul nulla.
Le autorità israeliane di Gerusalemme lo avevano avvertito che, a causa degli incessanti bombardamenti iraniani sui luoghi sacri, era interdetta a tutti – ebrei, cristiani e musulmani – la frequentazione della Basilica del Santo Sepolcro, così come della sinagoga maggiore, del Muro del Pianto e delle moschee. Ma Pizzaballa, accompagnato dal francescano “custode” dei Luoghi Santi fra Francesco Ielpo, ha voluto forzare il blocco.
Apriti cielo: si impedisce il culto da parte di quei “cattivoni” degli israeliani. Giorgia Meloni si è scoperta un po’ pro-Pal (cosa può l’aver perso un referendum) e protesta ufficialmente; Antonio Tajani, lui è di Forza Italia e viene da chiedersi chi glielo abbia fatto fare, si accoda e convoca l’ambasciatore israeliano per una protesta formale.
Passano ventiquattro ore e finisce tutto a tarallucci e vino santo, con Pizzaballa che si spiega: “ci siamo fraintesi”. Ringrazia Isaac Herzog, che per questo porporato si è dato una gran pena, forse pensando così di fare un dispetto a Benjamin Netanyahu. Grazie a tutti, tranne che a Netanyahu, che pure è stato quello che ha sbloccato la situazione, ma di cui Pizzaballa parla male da almeno tre anni.
Si dirà: colpa della reazione israeliana al 7 ottobre, con il presunto “genocidio”? Può darsi. Ma la faccenda è più complicata e rimanda, appunto, a un possibile caso Becciu dalle parti del Getsemani. Il Patriarcato di Gerusalemme è tornato in piena attività dalla metà dell’Ottocento per volontà di Pio IX. L’ultimo Papa Re voleva esercitare una totale egemonia sulla Palestina ed entrò in conflitto sia con gli ortodossi (da cui la guerra di Crimea) sia con gli islamici. Rafforzò la presenza vaticana con un Patriarcato dotato di un immenso patrimonio.
Pierbattista Pizzaballa è erede di quell’idea. Da frate minore è stato prima custode della Terra Santa e poi Patriarca e, finché ha fatto comodo, ha dialogato fittamente con le autorità israeliane. Molti ambienti vicini al rabbinato italiano sostengono che Pizzaballa avesse ottimi rapporti anche con il Mossad: ha gestito trattative sugli ostaggi e ha chiesto più volte l’intervento degli israeliani a protezione dei cattolici di Palestina minacciati da Hamas.
Eppure, dal 2020 qualcosa è cambiato. Papa Francesco chiese a Pizzaballa di organizzare un incontro tra Shimon Peres, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I. Fu, come spesso accade, una dichiarazione di buoni intenti subito svanita.
Ma è nel 2016 che Pizzaballa viene chiamato da Francesco – molto attento ai conti – per sistemare le finanze del Patriarcato. Ed ecco il “caso Becciu”: un buco superiore ai 100 milioni di euro lasciato da Fouad Twal, che viene allontanato. Comincia così l’ascesa di Pizzaballa. Diventa arcivescovo, ma Papa Francesco gli chiede di prendere le distanze da Israele.
Nel 2020 Pizzaballa riesce a vendere a un fondo immobiliare turco dieci ettari a Nazareth, oltre ad alcuni palazzi storici. Così, il 30 settembre 2023, poco prima del 7 ottobre, Francesco lo crea cardinale.
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Da allora Pizzaballa attacca duramente Netanyahu, indossa simbolicamente la kefiah al posto della tiara e, mentre resta ancora un consistente debito nei conti del Patriarcato, Francesco gli chiede di trovare nuove risorse. La sponda torna a essere turca e islamica.
Il 20 marzo scorso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato: “Dio possa distruggere Israele”. E chi, in Terra Santa, ha fatto affari con i turchi – tradendo l’eredità di Pio IX – potrebbe dover pagare un prezzo politico. A maggior ragione se oggi c’è un Papa come Leone XIV che potrebbe rimettere in discussione anche Pizzaballa.
Suscitare indignazione contro Israele è sempre utile per dimostrare di saper costruire una qualche forma di resistenza. E che il pasticcio del Santo Sepolcro fosse solo un segnale lo dimostra la conclusione della vicenda, che ha però lasciato sul campo alcune figuracce: sarà difficile per il nostro ministro degli Esteri presentarsi a Tel Aviv con credenziali da amico.
Perché questi sono – anche grazie al cardinale Pizzaballa – i giorni dell’odio. Un odio strisciante e mascherato. Si è detto che non era mai accaduto che i luoghi sacri venissero chiusi al culto. È falso. Tutti ricordano, con enfasi retorica e talvolta ipocrita, la passeggiata di Francesco in piazza San Pietro deserta: niente Via Crucis, niente Domenica delle Palme. E pochi ricordano che la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme restò chiusa al culto dal 25 marzo al 24 maggio 2020. Tanto meno lo ricordò allora il cardinale Pizzaballa.
Eppure, in quel caso, l’offesa alla cristianità fu ancora più grave: non era mai accaduto che il popolo di Dio, colpito da una pestilenza, non potesse riunirsi in preghiera per invocare l’aiuto divino. Basta scorrere la storia: le Madonne del Suffragio, i miracoli contro le pestilenze, le chiese erette in segno di ringraziamento per la fine delle epidemie.
Ai tempi del Covid fu lecito comprimere il diritto di culto, fu lecito sospendere la pratica religiosa. Forse perché il virus arrivava dalla Cina? Quelli erano i giorni della pestilenza. Oggi viviamo i giorni dell’odio, avvelenati da un morbo ancora più subdolo: l’antisemitismo. E anche se i missili che colpiscono i luoghi di culto sono iraniani, gridare alla censura israeliana sembra alleggerire le coscienze – oltre a salvaguardare gli investimenti della Santa Romana Chiesa.
Carlo Cambi, 2 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


