Il caso Ranucci va ormai ben oltre le indagini giudiziarie, perché riguarda da vicino il rapporto tra informazione e politica, il modo in cui si costruisce il consenso e, soprattutto, il rischio concreto che attorno a questo rapporto si muovano gruppi e interessi capaci di condizionare la libera formazione dell’opinione pubblica.
Conviene partire dall’attentato del 16 ottobre e dalla rapidità con cui a sinistra venne trovata una cornice politica in cui collocare la bomba. Ancora non si conoscevano gli esecutori, i mandanti e neppure il movente, eppure la segretaria del Pd Elly Schlein, intervenendo due giorni dopo, ad Amsterdam, al congresso del Partito socialista europeo, associò la solidarietà a Ranucci alla denuncia dei rischi che democrazia e libertà di stampa correrebbero quando governa l’«estrema destra».
Oggi può sostenere di non avere mai accusato Giorgia Meloni di essere il mandante dell’attentato, ma il problema resta, perché il messaggio politico arriva a destinazione anche attraverso gli accostamenti. Parlare di una bomba contro un giornalista così in vista e subito dopo evocare una libertà minacciata dalla destra al governo significava offrire una precisa chiave di lettura quando ancora non esisteva alcun elemento per farlo.
Quella lettura fu poi ripresa e amplificata fino a trasformare la legittima solidarietà verso Ranucci in un altro capitolo della rappresentazione dell’Italia come Paese ostile alla libertà d’informazione. È ciò che nella comunicazione politica si chiama framing: il fatto è reale, ma il modo in cui viene presentato e collegato ad altri elementi può orientarne profondamente l’interpretazione politica.
La confessione di Valter Lavitola modifica però profondamente il quadro. Egli ha ammesso di essere stato il mandante dell’attentato, sostenendo di aver voluto ottenere per Ranucci un rafforzamento della protezione, mentre il gip ha prospettato un’ipotesi assai più inquietante, secondo la quale l’attentato sarebbe servito ad accrescere ulteriormente la popolarità del giornalista e ad accelerare un progetto politico che Lavitola coltivava da tempo intorno alla sua figura. Nelle carte compaiono infatti conversazioni su una possibile discesa in politica di Ranucci e persino un sondaggio per misurarne le potenzialità. Il mandante immaginava per l’amico una futura leadership che, per il profilo pubblico del giornalista e per la natura dello scontro politico sviluppatosi attorno a Report, difficilmente avrebbe potuto collocarsi nell’area dell’attuale maggioranza.
Va detto che, allo stato degli atti, Ranucci risulta estraneo alla decisione di compiere l’attentato e ne è la vittima. Questo, tuttavia, non rende politicamente irrilevante quanto emerge sul progetto di una sua possibile candidatura, perché Ranucci non è un giornalista qualsiasi. Conduce uno dei programmi d’inchiesta più influenti del servizio pubblico e, da quella posizione, contribuisce a stabilire quali vicende debbano diventare casi nazionali, quali rapporti di potere debbano essere indagati e quali personaggi debbano rispondere pubblicamente di frequentazioni, interessi e conflitti. È il meccanismo dell’agenda-setting, in base al quale l’informazione non dice necessariamente ai cittadini che cosa pensare, ma contribuisce a stabilire su quali questioni debba concentrarsi la loro attenzione.
Proprio Report ci ha insegnato che relazioni, conversazioni private e interessi collaterali possono essere rilevanti per comprendere le dinamiche del potere. Non si vede allora perché lo stesso metodo debba diventare scandaloso quando gli interrogativi riguardano chi quelle inchieste conduce e i rapporti emersi intorno alla sua figura. Se l’informazione è anch’essa una forma di potere, chi la esercita non può sottrarsi alle domande sulla propria indipendenza e trasparenza.
Il punto diventa ancora più interessante se lo si confronta con una polemica che accompagna da decenni la politica italiana. Per anni la sinistra ha denunciato il rischio che chi detiene il potere politico possa utilizzare anche quello dell’informazione: è stato il grande argomento contro Berlusconi e oggi ritorna, in forme diverse, nell’accusa di «TeleMeloni» rivolta alla Rai.
Qui, se le ipotesi investigative troveranno conferma, assisteremmo invece a un processo quasi inverso: il tentativo di convertire un enorme capitale mediatico in capitale politico. Non più soltanto, dunque, la politica che cerca di servirsi dell’informazione, ma il capitale di autorevolezza e notorietà acquisito attraverso l’informazione che qualcuno immagina di convertire in leadership politica. Un progetto che, se avesse preso corpo, avrebbe potuto incidere direttamente sugli equilibri esistenti e che rende inevitabile una domanda: chi avrebbe potuto trarre vantaggio da un’eventuale ascesa politica di Ranucci e quali equilibri ne sarebbero stati modificati?
La domanda ne richiama subito un’altra: quanti “Lavitola” agiscono nell’ombra, muovendosi tra politica, informazione, affari e ambienti opachi, contribuendo a costruire o distruggere reputazioni, suggerire candidature e alimentare campagne senza comparire mai sulla scheda elettorale? Il consenso prende forma molto prima della cabina elettorale, perché dipende anche da ciò che il cittadino conosce o ignora, dalle persone alle quali attribuisce credibilità e dagli scandali che rimangono per settimane al centro dell’attenzione mentre altri scompaiono rapidamente. È anche in questo spazio, ben prima del voto, che possono esercitarsi forme meno visibili di condizionamento politico.
Il caso Ranucci serve allora a demolire un vecchio privilegio culturale secondo il quale chi controlla il potere attraverso l’informazione sarebbe, per ciò stesso, estraneo al problema del potere. Non è così. La libertà democratica comincia dalla possibilità di formarsi liberamente un giudizio e, soprattutto al Sud, dovremmo sapere quanto sia pericoloso lasciare che reti e mediatori privi di responsabilità pubblica interferiscano proprio in questo processo.
Spartaco Pupo, 16 agosto 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


