Esteri

Il clamoroso cambio di pelle della sinistra americana

Dopo aver definito “folle” il woke 1.0, Ocasio-Cortez prende le distanze dalle posizioni più radicali: l’ennesima metamorfosi dei dem

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Il Partito Democratico degli Stati Uniti non è più quello di Bill Clinton o anche solo di Obama. È sempre più un veicolo per i Democratic Socialists of America, il movimento che ha fatto del socialismo democratico (perché dire “comunismo” in America ancora fa brutto) non un’etichetta folkloristica, ma una forza organizzata capace di strappare primarie, controllare sindaci di grandi città e orientare l’agenda culturale e internazionale di intere sezioni del partito.

E in questa metamorfosi, l’influenza di reti politiche legate a comunità musulmane radicalizzate e a una visione “Global South” anti-occidentale non è un dettaglio da poco: è parte del nuovo equilibrio di potere, soprattutto dopo Gaza e le primarie del 2024-2026.

Al centro di questa storia c’è Alexandria Ocasio-Cortez, AOC, la giovane deputata del Bronx che nel 2018 sconfisse Joe Crowley, potente boss del partito, e divenne il volto glitterato del progresso radicale. Nata nel 1989 nel Bronx da genitori di origine portoricana, cresciuta nella classe lavoratrice, studiò economia e relazioni internazionali alla Boston University.

Dopo la morte del padre e difficoltà economiche, lavorò come barista e organizzatrice comunitaria, poi come volontaria per Bernie Sanders. Nel 2018, con il sostegno dei Justice Democrats e dei Democratic Socialists, vinse contro ogni previsione. Entrò nel Congresso come membro della “Squad”, icona di un progressismo che univa la redistribuzione economica e battaglie identitarie.

Per anni AOC è stata la vociferante sostenitrice di ciò che oggi, con un sorrisetto, chiama “Woke 1.0”. Nel pieno delle proteste dopo George Floyd e durante il Covid, ha spinto per “defund the police” (definanziare la polizia), ha parlato di “menstruating persons” (gente col ciclo, anziché donne, per includere trans-men), ha sostenuto un linguaggio e una visione del mondo in cui razza, genere e identità diventavano la griglia primaria di lettura della realtà.

Era l’epoca in cui il “pensiero accettabile” (da loro) sembrava aperto a tutto: abolire le prigioni, cancellare Thanksgiving (festa tradizionale americana) ritenuta “colonialista”, trattare ogni istituzione come un nido di privilegio dei “bianchi”. Lei c’era, con i video, i tweet e i discorsi. Non era un’osservatrice esterna, era una delle protagoniste.

Poi, qualche settimana fa, in un’intervista ad ABC con Jonathan Karl, arriva il sorprendente dietrofront. AOC dice: “Woke 1.0 was crazy”. Pazzo! La retorica di quel periodo (cioè fino a 5 minuti fa), spiega, non è quella che si userebbe oggi. Le discussioni furono “fruttuose”, ma il tono era figlio del lockdown e di un momento straordinario. Bisogna giudicare i candidati per ciò che dicono ora, non per ciò che dicevano allora. (Sì, perché la memoria è un problema per chi cambia radicalmente posizioni).

E, mentre lascia intendere di non escludere una corsa alle primarie democratiche del 2028, prende le distanze da posizioni DSA più estreme (abolire la polizia e le prigioni, amnistia totale, tagliare la Difesa). Non è un’abiura completa: è un soft reboot. Woke 1.0 era troppo “crazy” per vendere a un elettorato più ampio, meglio passare a una versione centrata sulla lotta di classe, sull’economia populista e, in sottofondo, sulla questione israelo-palestinese come nuovo leitmotif.

Ironia della sorte è che la stessa persona che aveva contribuito a rendere “woke” sinonimo di purezza morale ora lo tratta come un software in versione beta da aggiornare… non vi ricorda un po’ il film Matrix?

Un classico della politica, quando l’ambizione presidenziale bussa, i dogmi diventano “retorica di un’epoca”. Un po’ come certi leader della sinistra italiana che, dopo aver cavalcato radicalismi di piazza o di partito, scoprono improvvisamente il fascino del “realismo” quando si avvicinano al potere. È il meccanismo ricorrente di chi sa che le primarie si vincono con la base, ma le elezioni generali si perdono se si resta troppo lontani dal centro. Solo che qui il “centro” è ancora molto a sinistra rispetto a ciò che gli americani medi chiamano normalità.

Il punto più ampio è che il Partito Democratico non sta semplicemente “abbandonando la cultura woke”. Sta facendo un’operazione più sofisticata: depura gli elementi più impopolari dell’identitarismo (quelli che hanno contribuito a far perdere elettori moderati e working-class) per concentrarsi su un socialismo economico e su un’alleanza con forze che, su Israele e sull’Occidente, parlano un linguaggio assai più duro. I DSA sono ormai una macchina organizzativa che ha prodotto sindaci, candidati e una rete di alleanze in cui organizzazioni musulmane progressiste e reti anti-sioniste giocano un ruolo crescente. Non è teoria del complotto: è la cronaca delle primarie di New York, Michigan e di altri distretti dove il “red-green” (socialismo + attivismo islamico politico) ha dimostrato di saper mobilizzare voti.

AOC, con il suo sorriso e la sua capacità di parlare sia ai millennial radicali sia (ora) a un pubblico più ampio, è il volto di questa transizione. È stata la regina del Woke 1.0; ora prova a essere la pragmatica del Woke 2.0, o forse del post-woke socialista. Gli elettori americani, e soprattutto quelli moderati e quelli di comunità che non si riconoscono nella narrativa dell’oppressione permanente, faranno bene a guardare non solo le parole di oggi, ma la coerenza di ieri e la rete di potere che la sostiene.

Perché in politica, come in certe ristrutturazioni di partito da noi, quando si dice “quella fase era un po’ esagerata”, di solito significa che la fase successiva è già pronta e, magari, ancora più esagerata (e magari al sapore di halal). Perché si sa che ai nuovi alleati porta-voti del Democratic Socialists of America i principali percettori della Woke Ideology, con i suoi pronomi, i capelli blu, i furries (cioè coloro che si identificano come animali), e le loro mille sfumature di gender, piacciono poco (chissà cosa dicono i gruppi “LGBT for Palestine”). Dopotutto, se le grandi aziende, da Budweiser a Disney, hanno capito che “go woke, go broke”, era solo questione di tempo prima che la politica seguisse le indicazioni dei dipartimenti di marketing.

Adesso aspettiamo ansiosamente il prossimo discorso di Billie Eilish ai Grammy Awards per vedere cosa si inventerà per rinnegare il passato. Il Partito Democratico sta cambiando pelle (e votanti). AOC è solo una disposta a fare buon viso al nuovo gioco.

Cesare Rascel, 27 agosto 2026

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