
L’intervista rilasciata da Iddo Netanyahu, medico, scrittore e drammaturgo nonché fratello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha sollevato questioni di grande rilievo riguardanti il conflitto a Gaza, la posizione dell’Occidente e la sicurezza di Israele. Pubblicata su “Il Giornale” e realizzata da Gaia Cesare, questa intervista apre uno squarcio su una realtà complessa e dolorosa.
Netanyahu, con la franchezza che lo caratterizza, descrive le condizioni attuali a Gaza. “È molto diverso dal ’73. A Gaza, la guerra urbana è densa e ci sono centinaia di chilometri di tunnel sotterranei, da cui Hamas lancia i suoi attacchi. Li hanno costruiti intenzionalmente sotto case, scuole, ospedali e moschee. Dal loro punto di vista, più civili muoiono, meglio è per la loro propaganda”, ha spiegato.
Quando gli è stato chiesto come trasporrebbe il conflitto a Gaza in un’opera teatrale, Netanyahu ha risposto: “Forse mi concentrerei sul tema dell’ipocrisia in Occidente, su come critica un Paese per aver osato combattere e distruggere un’organizzazione terroristica omicida dopo che uomini, donne e bambini di quel Paese sono stati massacrati nei modi più orribili immaginabili. L’Italia, la Spagna o la Svezia agirebbero diversamente? È il teatro dell’assurdo”.
Sulle posizioni occidentali nei confronti di Hamas e dell’ideologia che sta dietro essa, Netanyahu è lapidario: “Finge di non capire che Hamas, essendo un’organizzazione dei Fratelli Musulmani, vuole distruggere non solo Israele, ma anche l’Occidente così com’è, cosa che l’Occidente si rifiuta di riconoscere. Gli occidentali pensano scioccamente che se Israele smettesse di esistere, gli islamisti radicali li lascerebbero in pace”.
La critica al conflitto è un altro punto toccato da Netanyahu: “Criticare cosa? Che i nostri giovani soldati rischiano la vita per garantire la nostra sopravvivenza contro gli assassini e i pervertiti che hanno violentato le nostre donne, tagliato loro parti del corpo, decapitato e bruciato i nostri bambini, e che hanno filmato tutto con gioia e allegria?”
Riflettendo sulla tragedia personale vissuta da suo fratello Yonatan durante l’operazione Entebbe del ’76, Netanyahu osserva: “Le due situazioni sono molto diverse. È quasi impossibile, dal punto di vista militare, salvare gli ostaggi tenuti nei tunnel, poiché è probabile che in un tentativo di questo genere vengano uccisi”.
Guardando al recente miglioramento del morale in Israele, Netanyahu dichiara: “È molto migliorato dalla guerra con l’Iran. Prima regnava un’incertezza diffusa sulla sopravvivenza a lungo termine di Israele, a causa delle armi nucleari iraniane. Il regime iraniano non è razionale come la Russia o la Cina. Rischierebbe la morte di milioni di suoi cittadini in una guerra nucleare se ciò significasse raggiungere gli obiettivi della sua folle ideologia fondamentalista”.
Per quanto riguarda l’Europa e il suo ruolo, Netanyahu è critico: “È sorprendente che l’Europa non abbia mai preso in considerazione l’idea di intraprendere un’azione militare per distruggere il programma atomico iraniano, ma abbia aspettato che lo facesse il piccolo Israele. A chi pensano i leader europei che sia destinato l’immenso programma missilistico balistico iraniano? Solo a Israele?”
Riguardo alla questione del riconoscimento dello Stato palestinese da parte di alcuni paesi europei, Netanyahu è scettico: “È una barzelletta. Uno Stato che non esiste e non è mai esistito verrà riconosciuto? Hamas e l’Olp non sono veramente interessati a uno Stato palestinese. Quando gli ex primi ministri Barak e Olmert offrirono uno Stato ai palestinesi prima ad Arafat e poi a Mahmud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen, ndr) rifiutarono. Perché? Non volevano riconoscere Israele. Proprio come rifiutarono uno Stato quando fu offerto loro nel 1947 dall’Onu e anni prima dalla Commissione Peel britannica. Ciò che hanno sempre desiderato è che uno Stato ebraico, per quanto piccolo, non esistesse. Gli slogan Dal fiume al mare significano proprio questo”.
Discutendo la situazione umanitaria a Gaza, Netanyahu sottolinea gli sforzi di Israele per portare “centinaia di camion di cibo ogni giorno, mentre cerchiamo di gestire i furti di aiuti alimentari da parte di Hamas”. Sulla guerra della propaganda, invece, Netanyahu riconosce che su questo campo Hamas sta vincendo “aiutata da una stampa occidentale disponibile”. “Il New York Times ha appena pubblicato la foto di un bambino emaciato di Gaza come simbolo della nostra presunta fame, ma in realtà si tratta di un bambino affetto da una malattia preesistente che causa forte magrezza – spiega – Non potevano verificare l’informazione prima di pubblicarla? Certo che potevano, ma avevano fretta di diffamare Israele con un’altra accusa di sangue. È molto difficile combattere la guerra di propaganda quando i media sono a priori contro di te. Ma noi ebrei siamo abituati alle accuse di sangue, nuove o vecchie che siano. Proprio come negli anni ’80, quando fummo accusati di aver avvelenato i bambini arabi in Cisgiordania. Nel Medioevo, si diceva che gli ebrei non solo avvelenassero i pozzi, ma uccidessero anche i bambini cristiani per usare il loro sangue per fare il pane della Pasqua ebraica. E la gente ci credeva”.
Ed è proprio su questo campo che, forse, Israele avrebbe potuto fare di più e meglio. “Il governo non è stato capace di mettere in piedi una struttura abbastanza forte per contrastare la propaganda – dice il fratello di Bibi – Sarebbero serviti molti più soldi e sforzi enormi. E così non siamo riusciti a ottenere abbastanza sostegno dall’opinione pubblica internazionale. Abbiamo perso la guerra della propaganda condotta contro di noi”.
Le decisioni del governo Netanyahu vengono difese da Iddo nel contesto della guerra e della sicurezza nazionale: “Le cose sono andate per lo più bene, non male. Abbiamo schiacciato Hezbollah e distrutto l’enorme minaccia che rappresentava. Abbiamo distrutto, almeno per ora, il programma nucleare iraniano. E siamo sulla buona strada per sconfiggere Hamas e distruggere la base terroristica che ha creato a Gaza dopo che l’abbiamo lasciata 20 anni fa, quando abbiamo dato loro uno Stato palestinese de facto”.
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