
Qui al bar vorremmo condividere quel senso di chicchissima repulsione verso Donald Trump, il puzzone che maltratta gli alleati e se ne infischia del diritto internazionale. Ma anche se rifiutiamo di confessare che, quasi sempre, si ritrova a dire le scorrettezze che pensiamo davvero, crediamo si debba ammettere almeno che, alla fine, pure se ispira fastidio, antipatia, persino odio, il presidente americano è quello che fa il lavoro sporco per gli altri.
In anni non sospetti, andava dicendo che i membri della Nato dovevano pagare per la loro difesa; ebbene, allora suscitò scandalo, poi la Russia ha invaso l’Ucraina e quello del riarmo è diventato un dogma eurofilo. Già durante il primo mandato, ce l’aveva con la Germania per via del surplus commerciale; ebbene, ha imposto i dazi e ha in effetti ridotto l’esposizione degli Usa, senza generare conseguenze disastrose e senza terremotare il commercio mondiale, che anzi è cresciuto (lo dice la World Bank).
Ora c’è la Groenlandia. I partner della Nato sono praticamente sul piede di guerra perché temono l’invasione dei Marines. La verità è che Trump ha dimostrato che si deve giocare d’anticipo in un teatro sul quale, per l’ennesima volta, l’Occidente rischia di rimanere indietro: lo scenario artico, tra rotte aperte dallo scioglimento dei ghiacciai e depositi di materie prime critiche, entrambi ambiti da Russia e Cina. L’Europa ha forse la capacità di presidiare quell’isola? Lo faccia. Può difenderla senza gli Stati Uniti? Ne dubitiamo. E in fin dei conti, ora che la Danimarca battezza una missione cui parteciperanno anche Germania e Francia, non fa altro che seguire i desiderata di The Donald. Che è brutto e cattivo, ma spesso ha ragione. Che usa la scure dove gli altri provavano ad andare con il compasso. Sì. Ma il lavoro sporco qualcuno dovrò pur farlo.
Il Barista, 15 gennaio 2026
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