
Il libro nero della sanità vaticana approda sulla scrivania di Leone XIV dopo mesi di rilievi istruttori velati da rigoroso riserbo. Negli ultimi anni il papa gaucho, predicando misericordia, aveva finito per delegare troppo, favorendo la mala gestio degli ospedali vaticani. Ora invece il pontefice yankee è deciso a sollevare il velo, e ciò che sta emergendo tradisce lo spirito evangelico.
Nell’aria sospesa della Prima Loggia giungono al Pontefice i cosiddetti “appunti”, le note riservate che in Vaticano costituiscono il flusso quotidiano verso il Papa; e vengono ritirati quelli già letti, recanti a margine l’annotazione in inchiostro verde “visionati”. Francesco, in deroga alla prassi, li rinviava immediatamente con un asciutto “Fate, fate…”. Da Benedetto a Francesco, quei fogli trovano posto in un austero bauletto di cuoio verde, lo stesso che custodì i documenti riservati consegnati da Ratzinger a Bergoglio a Castel Gandolfo nel momento della sua renuntiatio pontificia.
La realtà che si rappresenta a Leone è senza più possibilità di indulgenze: oltre mezzo miliardo di euro di perdite tra IDI, Ospedale Bambino Gesù e Policlinico Gemelli. Non cifre da revisione contabile, ma da resa dei conti morale. Prevost ha scelto di cominciare proprio da qui, applicando alla lettera la regola gesuita del suo predecessore: “Colpisci uno per educarli tutti.” Quasi una nemesi storica. Il cuore del dossier è l’IDI, Istituto Dermatologico dell’Immacolata, un tempo eccellenza del settore, simbolo perfetto del cortocircuito tra fede, gestione allegra e controlli evaporati.
Nel 2015, dopo il dissesto da 600 milioni di euro, la gestione viene risanata quando, all’improvviso, con il consueto piglio bergogliano e l’ispirazione di Mariella Enoch, gli esperti vengono rimandati a casa e approda all’IDI Mariapia Garavaglia. L’ex ministro della Sanità dura poco, ma i guai continuano fino a oggi: esami oncologici refertati con mesi di ritardo, diagnostica avanzata ferma nonostante gli investimenti, radiologia priva di una guida operativa stabile, milioni di prestazioni non rimborsate, bilanci in rosso profondo e stipendi a rischio.
Il salvataggio, costruito dieci anni fa dal cardinale Giuseppe Versaldi con le garanzie milionarie del Bambino Gesù, è stato di fatto vanificato. Oggi l’IDI è di nuovo in trincea: patrimonio ceduto a un fondo, debiti fiscali in aumento, disavanzo 2024 da sei milioni, splafonamenti non rimborsabili, controlli di gestione poco più che ornamentali. Dentro l’IDI il quadro è da ospedale in guerra: fornitori non pagati, manutenzioni azzerate, macchinari nuovi acquistati mentre quelli riparabili marciscono, centro radiologico che “chiude” alle 14 in punto, sistemi di sicurezza fantasma, perfino docce chimiche collegate al nulla. Quando il cardinale vercellese porta il bilancio in pareggio — togliendo ai frati il controllo dei conti e dando vita a un’opera storica come l’ospedale Mater Olbia, finanziato interamente dal Qatar con 100 milioni di euro e realizzato dal gruppo dirigenziale facente capo a Versaldi — inizia il pressing per farlo sloggiare.
Dalle pagine del rapporto emerge, in particolare, una red flag sull’acquisto di alcuni immobili nel quartiere Monteverde da destinare a Hospice oncologico, per decine di milioni di euro. Nessuno si accorse che mancava la destinazione d’uso necessaria. Neppure la società di intermediazione creata ad hoc, costata due milioni di euro. Ma se l’IDI piange, il Bambino Gesù non ride. Nonostante gli encomiabili sforzi del nuovo presidente Tiziano Onesti, il fondo accantonato da 400 milioni presso l’Apsa sotto la gestione di Giuseppe Profiti è stato un cuscinetto, ma oggi davanti al Gianicolo sventolano più bandiere sindacali che vessilli pontifici. E sullo sfondo incombe anche il Gemelli, ormai prossimo alla soglia del miliardo di indebitamento.
È su questo terreno che ora il nuovo Papa misura la sua credibilità. “Prima la cura dell’anima, ma senza dimenticare il corpo”, ammonivano i capitoli medievali dell’Ordine di Sant’Agostino. Oggi quella massima è diventata programma di governo. Solo dopo viene il resto, perché è attorno al fronte sanitario che si muove il vero riassetto del potere. Come ricordava l’eminenza Angelo Sodano: “Il Palazzo Apostolico ha quattrocento porte e finestre: gli spifferi diventano tormente.” L’era delle porte girevoli bergogliane si è arrestata di colpo. Il rescriptum con cui Francesco, nel susseguirsi delle polmoniti ab ingestis, avrebbe consegnato la raccolta fondi a un quintetto dalla fama opaca è stato cancellato giovedì scorso. Il metodo di Prevost è netto: ascolto, giudico, decido. Fine.
A proteggerlo, persone che conosce, e anzi ha formato, da anni, come il giovane don Egar Ivan Riaycuna e l’italiano don Marco Billeri. Ad assisterlo nella gestione della Casa Pontificia ha chiamato Edward Daniang Daleng, carattere duro, rigore assoluto, ex economo generale degli agostiniani. Un ritorno alla regola non scritta di monsignor Monduzzi ai tempi di Giovanni Paolo II: qui non si deve essere amici di nessuno. Regola ottimamente interpretata anche da padre Leonardo Sapienza, Reggente della Casa Pontificia, oggi garante silenzioso della transizione, pronto a diventare prefetto degli spazi privati e operativi del Papa quando tornerà negli appartamenti storici. Andrà davvero così?
Il risultato è uno stallo controllato: poche Eminenze confermate, molti incarichi in prorogatio, precariato diffuso. In questo vuoto la Segreteria di Stato torna, per forza di cose, al centro. Alla Prima Loggia, dove opera Pietro Parolin, la tensione è palpabile: dossier internazionali che si addensano, attacchi politici crescenti, con il Papa già intervenuto a difesa del suo Primo Ministro. La mancata piena conferma non è una condanna: è un monito.
Ma l’attesa non vale per la sanità. Prevost ha deciso di partire da qui, dal libro nero degli ospedali, perché quei numeri non sono solo conti disastrosi: ci sono malati, lavoratori, reputazione e autorevolezza. E se deve davvero valere la regola “colpisci uno per educarli tutti”, la sanità vaticana è il primo bersaglio. Ed è anche il più simbolico. Papa Leone sembra stia scoprendo che i grandi manager sociali amici di Francesco avevano una strategia semplicissima: rinnovare i debiti, rinviare i pagamenti, prendere tempo. Sant’Agostino scriveva che la verità non teme il tempo. I bilanci, invece, sì. E negli ospedali dove ancora sventola la bandiera bianco-gialla del Vaticano ci si prepara a lacrime e sangue. Questa volta rosso cardinale.
Luigi Bisignani Il Tempo 7 dicembre 2025
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