Il like anti-governo del capo delle toghe. Tutto normale?

Il caso Parodi, le giustificazioni imbarazzate e un problema sempre più evidente: la magistratura non solo non appare imparziale, ma sembra ormai giocare apertamente la sua partita politica

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C’è un problema serio, enorme, sempre più difficile da nascondere sotto il tappeto del linguaggio felpato e delle note ufficiali: l’imparzialità della magistratura, quella che dovrebbe essere non solo reale ma anche percepita, sta diventando un concetto sempre più evanescente. E la vicenda raccontata da Il Foglio su Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ne è l’ennesima plastica dimostrazione.

Riassumiamo i fatti, che parlano da soli. Su LinkedIn un avvocato torinese, Flavio Campagna, pubblica un post violentissimo contro la riforma costituzionale della magistratura e contro il governo. Un post che non si limita alla critica politica, ma sfonda direttamente il muro dell’insulto ideologico: “Non voterò mai questa riforma, né qualunque altra proposte dovesse provenire da chi ci governa ora ovvero da chi non perde occasione per fare a brandelli la nostra democrazia, la nostra Costituzione, i diritti civili e le libertà declinate in tutte le espressioni possibili. Quando il mio Paese si sarà liberato di questa ideologia fascista e liberticida, ne riparleremo”.

Parole nette, radicali, senza sfumature. Bene. O male. Dipende dai punti di vista. Ma il punto vero arriva dopo. Tra i commenti di apprezzamento compare quello di Cesare Parodi, presidente del sindacato delle toghe e procuratore della Repubblica di Alessandria, che scrive testualmente: “Caro Flavio io apprezzo moltissimo. E non mi sorprendo. Grazie!”.

Ora, fermiamoci un attimo. Il capo dell’Anm – l’organismo che rappresenta la magistratura italiana – “apprezza moltissimo” un post che accusa il governo in carica di essere fascista, liberticida e di fare a brandelli la democrazia e la Costituzione. Non un cittadino qualunque, non un opinionista militante, ma un magistrato che riveste un ruolo apicale, istituzionale, delicatissimo. 

Immediato l’intervento di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e responsabile della campagna referendaria per il Sì di Forza Italia. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “A questo punto si resta in attesa di una pronta smentita del dottor Parodi. Se invece non si trattasse di un avatar, ma del ‘real’ Parodi, saremmo davanti a una scenario eversivo che meriterà altro tipo di intervento”. E la smentita? Arriva, ma è di quelle che peggiorano la situazione. Parodi infatti chiarisce, o meglio prova a chiarire: “Non avevo alcuna intenzione di condividere le sue parole nei confronti del governo presente all’interno del post che ho commentato (col Governo in carica ci siamo sempre confrontati e anzi, avremmo voluto un confronto ancora maggiore, soprattutto negli ultimi mesi), mentre il mio commento era di sostegno rispetto all’impegno di questo avvocato a sostegno delle ragioni del No e rispetto al fatto che questo referendum sta diventando, per troppe persone che sostengono il Sì, una ragione di rivalsa personale più che di disputa politica”.

In sostanza: apprezzo moltissimo, ma non quello che avete letto tutti. Apprezzo altro. Una sorta di apprezzamento selettivo, chirurgico, che però si perde nella logica elementare della lingua italiana. E infatti Parodi aggiunge: “La mia posizione reale, depurata da interpretazioni strumentali (in certi casi basterebbe una telefonata invece di partire in quarta…) – continua – è questa. Spero che adesso si possa tornare a parlare del destino dei 12mila precari della giustizia e dei tagli al comparto previsti dall’ultima legge di bilancio. Credo sia una discussione più proficua, per i nostri connazionali, innanzitutto. Le mie opinioni sono ampiamente espresse nel volume uscito in questi giorni Riforma della giustizia e dintorni scritto con l’amico Carlo Maria Pellicano”.

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Ma la toppa è peggiore del buco. Perché il problema non è cosa Parodi “intendeva” dire, ma cosa ha scritto. E soprattutto chi lo ha scritto. Mulè infatti replica senza sconti: “C’è davvero da essere preoccupati leggendo le stralunate giustificazioni del dottor Parodi che sostiene le gravissime parole eversive di un avvocato contro la riforma della giustizia però dice a scoppio ritardato di non condividere i giudizi sul governo ‘liberticida e fascista’ che lo stesso avvocato esprime per tutto il suo commento. Non c’è proprio nessuna interpretazione strumentale, ma una elementare interpretazione logico-grammaticale. Il dottor Parodi vuole prendere in giro proprio in fondo i cittadini? Vuole proseguire sul filone delle prese per i fondelli alla Gratteri? Il post lodato da Parodi ha un unico significato ben chiaro: bisogna pensare che siano tutti degli allocchi per sostenere di condividere il post ma non l’attacco al governo”.

Ecco il punto politico e istituzionale. Qui non siamo davanti a una svista social, a un like scappato di mano. Siamo davanti all’ennesima crepa in un edificio già molto lesionato: quello della fiducia dei cittadini nella neutralità della magistratura. Perché se il presidente dell’Anm si espone – direttamente o indirettamente – contro un governo e una riforma che quel governo propone, con toni ideologici così estremi, poi è inutile stupirsi se cresce il sospetto che una parte delle toghe giochi una partita politica.

Il problema non è essere a favore del No o del Sì. Il problema è che chi dovrebbe garantire equilibrio, distanza, sobrietà istituzionale, appare sempre più come un attore militante. E quando la magistratura smette di sembrare imparziale, anche se magari pensa di esserlo, il danno è fatto. E purtroppo non è la prima volta.

Franco Lodige, 24 dicembre 2025

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