Esteri

Il mistero degli account social dell’Iran

Diplomazia social o propaganda? Il vero obiettivo di Teheran è riscrivere la propria immagine in Europa

giorgia meloni e khamenei jr Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI

Nelle ultime ore, le ambasciate della Repubblica Islamica dell’Iran hanno inondato i propri profili social con messaggi di cortesia rivolti all’Italia e ad altri Paesi europei.

L’account dell’ambasciata iraniana in Ghana, ad esempio, ha postato una sorta di “curriculum”, vantando 7.000 anni di civiltà, poesia, architettura e cibo raffinato, candidandosi al posto di “partner” lasciato vacante da Washington dopo le tensioni tra la premier italiana Giorgia Meloni e Donald Trump. Il regime di Teheran millanta infatti che il rapporto con l’Italia sia un’amicizia storica. Poco dopo, l’ambasciata degli ayatollah in Thailandia ha ribadito su X l’amore per gli italiani, il calcio, la cucina e le città della penisola (da Roma a Palermo), con tanto di bandiera tricolore.

Queste operazioni di soft power digitale non sono slanci d’affetto, ma parte di una strategia coordinata e calcolata. L’obiettivo del regime è far coincidere perfettamente l’immagine del popolo persiano con chi lo governa, presentando così la Repubblica Islamica come erede legittima e raffinata di un’antica civiltà, piuttosto che come un’atroce teocrazia autoritaria. Ed è proprio qui che occorre una distinzione netta e necessaria.

È vero: la cultura persiana è una delle più antiche e luminose della storia umana. È la patria di un popolo che ha sempre celebrato l’amore, la bellezza della vita, la filosofia e i piaceri terreni, dal vino alla convivialità. Una terra florida per storia, architettura e musica. Una tradizione che ha influenzato persino l’Europa rinascimentale e che ancora oggi è fonte di ispirazione in tutto il mondo.

Il popolo iraniano è il legittimo erede di questa straordinaria ricchezza. Milioni di iraniani, dentro e fuori dal Paese, custodiscono con orgoglio questa identità pre-islamica e culturale. Molti si definiscono “persiani” e non “iraniani”, proprio per marcare la distanza dal regime attuale. Le donne iraniane, in particolare, hanno dimostrato un coraggio straordinario. E poi studenti, lavoratori, commercianti che hanno riempito le piazze gridando “Morte al regime”, sfidando i pasdaran e la polizia morale. Centinaia di morti, migliaia di arresti e torture non hanno spento del tutto la sete di libertà del popolo persiano.

Altra cosa è il regime della Repubblica Islamica, al potere dal 1979. Gli ayatollah non rappresentano la continuazione naturale di quella cultura: anzi, sono coloro che la reprimono sistematicamente. Hanno imposto una versione rigida e politicizzata dell’islam sciita che soffoca la pluralità persiana. Hanno reintrodotto la segregazione di genere, la censura sulla musica e sull’arte, la limitazione della libertà di espressione. Hanno trasformato le moschee in strumenti di controllo, mentre distruggevano simboli pre-islamici non utili alla propaganda. Hanno perseguitato intellettuali laici e giovani che ascoltano musica occidentale o postano foto senza hijab.

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I tweet “simpatici” sulle affinità tra Iran e Italia e le battute scherzose sul gelato servono proprio a eliminare subdolamente questa distinzione. Vogliono far credere che criticare il regime significhi odiare la Persia millenaria. È il contrario: chi ama davvero la cultura persiana deve opporsi a chi la imprigiona sotto un velo.

Per questa ragione, davanti a simili tentativi, l’Italia e l’Europa farebbero bene a rispondere con chiarezza. L’Occidente deve aiutare e supportare chi, a Teheran, nelle università o in esilio, sogna un Paese libero e moderno. Ma non deve confondere la propaganda social della Repubblica Islamica con la voce autentica di quel popolo. La cortesia digitale di oggi nasconde la repressione di sempre.

Alessandro Bonelli, 16 aprile 2026

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