Il mito dell’intoccabilità della Costituzione, più ideologia che diritto

Tra venerazione e riforma: il confine sottile che non vogliamo attraversare

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C’è un riflesso quasi pavloviano che scatta ogni volta che si parla di mettere mano alla Costituzione: scandalo, sacrilegio, attentato alla democrazia. Non importa che una riforma, come quella della Giustizia, sia stata approvata dal Parlamento, non importa che dovrà passare dal vaglio referendario, cioè dal giudizio diretto dei cittadini. Per alcuni, il solo fatto di modificare sette articoli della Carta rappresenta di per sé una colpa imperdonabile.

L’argomento principe è sempre lo stesso, ripetuto come un mantra: la Costituzione “più bella del mondo” sarebbe stata “scritta con il sangue dei partigiani”, e sarebbe pertanto da ritenersi intoccabile. È una formula suggestiva, emotivamente potente, ma politicamente fragile. La Carta costituzionale nasce certamente dal trauma della dittatura e della guerra civile, ed è figlia della Resistenza. Ma è anche, e soprattutto, un testo giuridico pensato per regolare una comunità politica viva, non per essere imbalsamato in una teca.

Se davvero la Carta fosse intoccabile per ragioni simboliche, allora dovremmo considerare illegittime tutte le revisioni costituzionali già approvate nella storia repubblicana, da governi di ogni colore. Eppure nessuno, allora, gridava al sacrilegio con la medesima veemenza. La verità è che la Costituzione prevede essa stessa la propria revisione: non è un dogma religioso, ma un patto civile. E un patto civile può essere aggiornato, se lo si fa seguendo le regole che quel patto stabilisce. Qui sta il punto politico che si tende a eludere: la riforma è stata votata dal Parlamento, l’organo rappresentativo per eccellenza. E sarà sottoposta a referendum, cioè alla sovranità popolare.

Si può essere contrari nel merito, si possono contestare le soluzioni tecniche, si può ritenere la riforma sbagliata o insufficiente. Ma sostenere che questo governo “non sia degno” di mettervi mano significa spostare il discorso dal terreno della democrazia a quello dell’appartenenza ideologica. L’idea che solo una parte politica abbia la legittimità morale per modificare la Carta è, essa sì, una torsione pericolosa. Perché sottintende che il voto degli italiani valga meno quando premia l’avversario. E perché trasforma la Costituzione in un feticcio identitario, anziché in uno strumento al servizio della collettività.

C’è, in questo atteggiamento, molto ideologismo e poca sostanza. Si parla di “attacco alla democrazia”, ma si ignora che il percorso seguito è quello previsto dalla democrazia stessa. Si evoca il sangue dei partigiani, ma si evita di entrare nel merito delle norme: funzionano o no? Rendono la giustizia più efficiente o no? Migliorano l’equilibrio tra poteri o lo peggiorano?

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La Costituzione non è un monumento da contemplare, è un meccanismo da far funzionare. Difenderla non significa impedirne ogni modifica, ma vigilare perché le modifiche siano coerenti con i suoi principi fondamentali. Se una riforma li tradisce, lo si dimostri con argomenti giuridici e politici, non con scomuniche morali. In una democrazia matura, il confronto dovrebbe essere questo: tecnico, concreto, rispettoso del mandato popolare. Tutto il resto – le patenti di indegnità, i richiami sacrali, l’idea che la Carta appartenga a una sola parte – è rumore ideologico. E il rumore, quasi sempre, serve solo a coprire la mancanza di argomenti.

Salvatore di Bartolo, 16 febbraio 2026

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