Il nemico esterno

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

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caffè avvelenato merz starmer macron

Qui al bar ci domandiamo che identità abbia l’Europa. No, non è vero, non ce lo domandiamo. Nel Paese reale non si parla di questo, però la retorica bellicista preoccupa sempre di più, tra capi delle forze armate che ci chiedono di abituarci all’idea di perdere i figli in battaglia e Ursula von der Leyen che ci esorta a non avere “nostalgia della pace”, perché bisogna essere pronti alla guerra ibrida contro la Russia.

Sarà mica che questa Europa, così priva di valori che non siano le procedure (che però saltano quando certe classi dirigenti sentono l’esigenza di forzare la mano, come sugli asset congelati) e i pallottolieri (che però vengono messi da parte se le regole di bilancio finiscono per penalizzare anche i Paesi più forti, oltre a quelli più deboli), sarà mica che questa Europa così vuota e afasica, così sclerotica e burocratica, ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa per giustificare la propria esistenza?

Il nemico esterno, mi spiega il Professore che ne sa più di me, si presta bene a questa funzione. Solo che esumarlo è un gioco pericoloso: da scialuppa, il linguaggio della guerra può trasformarsi in una profezia che si autoavvera. L’alternativa è spacciare per grande conquista di civiltà il ritorno dell’Erasmus in Inghilterra. La prova del fallimento della Brexit, la prova che all’Unione proprio non si può rinunciare. Altro che radici giudaico-cristiane: siamo un continente che oscilla tra la gita, il virus informatico e la bomba.

Il Barista, 18 dicembre 2025

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