Caffè avvelenato

Il numero di telefono dell’Europa

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

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Qui al bar non facevamo altro che prepararci. Ce lo ha chiesto l’Europa: “Prepariamoci” è il mantra da qualche anno a questa parte. Da quando tutti i grandi eventi – la pandemia, la guerra in Ucraina – ovvero la Storia ci hanno colti drammaticamente impreparati; forse perché la costruzione europea si basava su un ingenuo ottimismo della volontà, tanto che, come spesso ripeteva Giulio Tremonti, nei Trattati Ue non compariva la parola “crisi”. Poi, Ursula von der Leyen questa parola l’ha addirittura ingigantita: ha introdotto il concetto di “permacrisi”. Viviamo nell’era della “permacrisi”, dove tutto è crisi (e quindi nulla lo è davvero?), dove ogni momento è un momento di crisi al quale bisogna, appunto, “prepararsi”, cosicché, quando la crisi si manifesta, possiamo farci trovare pronti. Eppure, l’Europa, di nuovo, non è pronta affatto. Non era pronta alla guerra – scellerata, sì – di Donald Trump in Medio Oriente; non era pronta a reggere gli choc energetici e non era pronta a rendersi indipendente (semmai, nella transizione ecologica era nascosta un’altra dipendenza, quella nei confronti della Cina); non era pronta a intervenire militarmente e non è pronta nemmeno a tamponare gli effetti di questa ultima crisi.

Tant’è che, ieri, il nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, dopo i ripetuti rifiuti dell’Ue di concederci una sospensione del Patto di stabilità in quanto il continente non è ancora in recessione (il paziente si cura solo quando è moribondo), ha dovuto attivare la clausola di salvaguardia, cioè la norma che consente di godere di maggiore flessibilità; e se Bruxelles ci dirà di no di nuovo, dovremo optare per lo scostamento di bilancio, infischiandocene delle regole. E pensare che il presidente dell’Eurogruppo – l’assemblea dei colleghi di Giorgetti – che è il greco Kyriakos Pierrakakis, sembra perfettamente consapevole della gravità della situazione: ha detto che dobbiamo essere preparati a una lunga interruzione dei traffici attraverso Hormuz. Ecco: prepariamoci, perché c’è la crisi. Solo che, al momento del bisogno, non siamo mai pronti. Si dice che Henry Kissinger domandasse: a chi devo telefonare per parlare con l’Europa? A noi, qui al bar, del numero di telefono di Ursula interessa poco. Ci basta l’indirizzo. Così le possiamo mandare le bollette.

Il Barista, 5 maggio 2026

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