Società

Fazio, Gramellini, Saviano &co: avete nulla da dire ora sul gruppo “Mia Moglie”?

Mentre i soliti moralisti gridavano al maschilismo digitale, le indagini rivelano che a guidare il gruppo Mia Moglie non c’era un branco di uomini, ma una donna

Fazio Gramellini Saviano Mia Moglie
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All’inizio della bufera mediatica su Mia Moglie, si sono levate le solite voci superiori moralemente che vedevano patriarcato ovunque — nomi come Gramellini, Fazio, Luciana Littizzetto, Roberto Saviano — tutti unanimi nel condannare non solo il gruppo Facebook ma il più ampio malessere patriarcale che esso rappresentava. Quelle personalità hanno parlato di una violenza culturale strisciante, di quel maschilismo 2.0 che trova terreno fertile nelle dinamiche digitali e nell’umiliazione delle donne come proprietà. Ma la beffa più amara arriva ora: la regina del patriarcato 2.0, indovinate un po’, è una donna.

Il colpo di scena è degno di una serie tv: il gruppo Facebook “Mia Moglie” — dove migliaia di uomini postavano foto intime, spesso senza consenso delle donne ritratte — non era gestito solo da mariti gelosi, ma da una donna che, secondo le indagini, ha condiviso gli oneri dell’amministrazione con un co-gestore maschile, usando SIM anonime e telefoni intestati a terzi per mantenere l’anonimato.

Sì, avete capito bene: non siamo solo di fronte a un branco di voyeur maschili, ma a un’organizzazione strutturata gestita da una mente femminile, fredda e calcolatrice quanto abile. La narrazione che ci era stata venduta — quella di mariti arrabbiati, frustrati, forse perfino “innamorati nel senso sbagliato” — ora si incrina: la regina ha le redini, ed è lei a tirare le fila del potere voyeuristico.

E quando parliamo di potere, non è un potere romantico o sentimentale: è un dominio digitale. Dietro la patina della complicità maschile c’è una strategia, una consapevolezza disturbante, quasi un progetto. La Procura di Roma ipotizza reati gravissimi come la “diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite”: non è più solo un problema morale, ma giudiziario. Le vittime di questo girone digitale non sono fantasmi: donne reali, mariti traditori, fedeltà violata, la dignità calpestata. Molte hanno scoperto di essere protagoniste involontarie di un gioco al massacro, in cui la loro immagine è stata mercificata sotto commenti volgari e degradanti.

E non è finita qui: secondo l’avvocata Marisa Marraffino, il caso “Mia Moglie” infrange le norme del Digital Services Act dell’Unione Europea perché Meta — anziché bloccare preventivamente contenuti a rischio — sembra aver “fallito” nel suo obbligo di valutazione annuale dei pericoli legati ai contenuti sessuali. In conclusione, questo episodio è la cartina di tornasole di una cultura che, anche se declinata al femminile nei ruoli di comando, rimane intrisa di potere, possessività e disumanizzazione. Non è più solo una questione di “uomini perduti nel web”, ma di sistemi di dominio che sanno vestire i loro meccanismi più perversi con sembianze femminili.

Secondo dati aggiornati, in Italia nel 2024 sono state uccise 99 donne. A livello europeo, analisi comparative (es. da Openpolis / European Journalism Network) mostrano come alcuni Paesi baltici abbiano tassi di omicidi domestici per donne molto più elevati, mentre l’Italia si colloca tra i Paesi con il tasso più basso per femminicidi in ambito familiare. Questo significa — paradossalmente — che l’Italia è uno dei paesi “più sicuri” in Europa in termini di femminicidio, almeno secondo i numeri ufficiali.

Franco Lodige, 25 novembre 2025

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