Il 17 aprile scorso sono state emanate le norme di attuazione del piano stralcio per l’assetto idrogeologico (anche detto PAI) del bacino idrografico del fiume Po, comprendente le modifiche al precedente PAI del 2001. Le modifiche sono state fatte anche alle luce delle alluvioni intercorse negli ultimi anni, soprattutto quelle che hanno colpito la Romagna dal maggio 2023 all’autunno 2024.
In più, il Bacino Idrografico del Fiume Po, lo stesso ente che ha emanato le suddette norme, ha deciso di aggiornare e revisionare le mappe di pericolosità del rischio di alluvione. Un elemento emerso come fattore dirimente alle alluvioni è stato individuato nel cambiamento climatico.
Il bacino idrografico del fiume Po con le relative norme ed aggiornamenti riguarda un territorio che si estende per cinque regioni (Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Toscana), e la popolazione interessata da questi interventi sfiora i 17 milioni di persone e quella maggiormente interessata da questo nuovo assetto sarà soprattutto quella dell’Emilia Romagna, della Toscana e delle marche, dove sono avvenuti i più recenti eventi alluvionali.
Leggendo i documenti, le domande che sorgono sono: per il bene di chi sono state fatte queste norme ed aggiornamenti? Si salvaguarda soprattutto l’uomo o l’ambiente? A chi o che cosa si dà la priorità? Quali sono gli interventi effettivi per la messa in sicurezza e la salvaguardia del territorio? Le nuove aree allagabili saranno dunque sacrificabili? Se sì, in nome di che cosa? Quale sarà la destinazione d’uso di queste aree? L’agricoltura, un tempo florida a ridosso di questi fiumi, sarà centrale oppure considerata meramente utile per la difesa idraulica e idrogeologica?
Se, nell’aggiornamento delle mappe di allagabilità, le aree che prima non erano potenzialmente allagabili ora lo diventano, anche se mai toccate prima da eventi alluvionali, le conseguenze per la popolazione ed il patrimonio urbanistico presente e futuro sono piuttosto rilevanti. Se le terre prese in esame saranno classificate in questo modo, per decreto potranno essere decisi espropri o spostamenti di interi centri abitati, se considerati di pubblica utilità?
Per gli immobili esistenti, inoltre, sarà molto difficile vendere o comprare, appunto per l’instabilità che queste norme portano in territori dove prima di questi aggiornamenti questi problemi non c’erano mai stati.
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In più, nei documenti per i territori interessati si legge che la soluzione prevalente per le future ondate di piena sarebbe la progettazione di casse di espansione, che porterebbe ad un’ulteriore svalutazione dei terreni e delle abitazioni presenti per la incrementata presenza di zanzare, oltre ad un’oggettiva invivibilità per le persone presenti sul territorio.
La pulizia e manutenzione dei fiumi, per il mantenimento della portata e il defluire delle acque verso il mare, viene considerata onerosa e insostenibile, come si legge nella relazione metodologica di aggiornamento e revisione delle mappe di pericolosità e del rischio di alluvione. Ma dei quasi 7 miliardi che sono arrivati nelle casse delle regioni interessate dalle recenti alluvioni, quanti di questi saranno destinati a opere di pulitura e riprogettazione con la formazione di eventuali dighe o piuttosto alla salvaguardia delle specie autoctone? Gli abitanti di queste zone possono considerarsi del luogo più di qualche specie di tasso oppure no? Cosa si fa per proteggerli e tutelarli? Davvero l’unica soluzione è quella di vasche di acqua stagnante, magari a ridosso delle case?
E poi, davvero vogliamo continuare a rimanere in un regime di emergenza? Se, come auspicabile, ci fosse un adeguato monitoraggio e una pianificazione intelligente della manutenzione delle aree interessate con infrastrutture decisive per la vivibilità del territorio, già si diminuirebbe di molto il rischio delle ondate di piena occorse negli ultimi anni, e le deroghe a tutta una serie di diritti elencati nell’ordinanza 57 del 2026 commissario straordinario Curcio sarebbero quantomeno ridondanti, se non addirittura pericolose per la cittadinanza interessata.
Se però vogliamo dire che il cambiamento climatico incombe su di noi e che vogliamo regolare la nostra vita civile in funzione di esso, rischiamo di normare qualcosa di aleatorio e imprevedibile, che non porta a soluzioni concrete.
Giulia Ravaioli, 16 febbraio 2026
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