
Capisco che la linea editoriale, anche per ragioni di concorrenza, de La7 sia praticamente sdraiata sulle ragioni dell’opposizione di sinistra. Tuttavia, alcuni dei vari programmi di discussione e di approfondimento, che hanno sempre caratterizzato la rete di Urbano Cairo, stanno raggiungendo un livello di faziosità tale da renderli inguardabili, anche per molte persone a cui non piace l’attuale maggioranza di governo, ma i quali forse amerebbero assistere a dibattiti più equilibrati, diretti da conduttori altrettanto equilibrati, seppur politicamente orientati.
E questo non è certo il caso di Dietlinde Gruber, della Lilli, che conduce da ben 18 anni Otto e mezzo. Un programma che, con la giornalista altoatesina, ha modificato radicalmente la sua originaria impostazione, basata fino al 2008 su due conduttori dichiaratamente schierati su fronti opposti, che, dal mio personale punto di vista, davano luogo a discussioni di maggior interesse rispetto a quelle attuali.
Soprattutto quando, come sta accadendo in modo compulsivo praticamente ad ogni appuntamento quotidiano, si realizza una sorta di plotone d’esecuzione ai danni dell’attuale premier, Giorgia Meloni, e contro il solito e unico personaggio di area liberale, contrapposto al resto dell’allegra compagnia, alla quale, naturalmente, cerca in tutti i modi di dar man forte la stessa Gruber.
È sufficiente leggere il titolo di ogni puntata per avere conferma di ciò. Ad esempio, giovedì scorso campeggiava questa scritta dall’inizio del programma: “Giorgia Meloni e il vittimismo a reti unificate”.
L’argomento, nitidamente richiamato dal titolo, che ha inteso sviluppare la Gruber, sull’onda delle polemiche che hanno coinvolto anche il titolare di questo blog, si è tradotto in una ulteriore variazione sul tema che sta ossessionando la conduttrice da quando la destra guidata dalla Meloni ha fatto il suo ingresso nella stanza dei bottoni. Come da copione, gran parte delle domande che la conduttrice pone ai suoi ospiti, compresi quelli vicini alla cultura politica della maggioranza, sono chiaramente capziose, essendo formulate con l’obiettivo di orientare la risposta dell’interlocutore verso una opinione predeterminata.
Esattamente ciò che è accaduto nella puntata in oggetto, in cui si è cercato di dimostrare che la Meloni risponde solo ai giornalisti compiacenti e non si reca in quei programmi che non le garbano perché, sotto sotto, c’è sempre puzza di deriva autoritaria.
Tuttavia, il buon Italo Bocchino, presenza quasi fissa nel programma in cui, purtroppo, è costretto a rivestire il ruolo di zimbello del plotone d’esecuzione di turno, anche in questa occasione se l’è cavata egregiamente, dando sempre pan per focaccia alla Gruber ed ai suoi sinistri ospiti.
D’altro canto, proprio in tema di equilibrio dei giornalisti, anche fortemente orientati, la Gruber è stata parlamentare europea sotto le insegne dell’Ulivo di Prodi fino al 2007 e successivamente con il Partito democratico. Insomma, una donna, oltre che politicamente orientata, anche fortemente schierata.
Caratteristiche che, se non altro, la popolare anchor-woman non cerca affatto di dissimulare. mettendo in scena una martellante contro-propaganda contro i “fascisti” al potere.
In ultima analisi, il problema non è della Gruber o di altri compagni, come Corrado Formigli e Diego Bianchi, i quali oramai funzionano come un disco rotto, bensì di tutti coloro i quali si abbeverano a queste bizzarre forme di informazione e approfondimento. Forme che definire terra terra forse è riduttivo.
Claudio Romiti
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