La settantesima edizione del David di Donatello è stato uno show prolisso e soporifero, composto da interventi qualunquisti e imbarazzanti e attacchi politici sgangherati: la nitida dimostrazione che se il cinema italiano è in crisi, non è certo per colpa del Governo. Più che un festival del cinema, chi ha visto i David di Donatello ha assistito ad un convegno politico di basso livello. Se l’intenzione è quella di emulare l’Academy degli Oscar, dunque, si sta andando verso la giusta direzione.
Patron incontrastato delle lamentele è certamente Elio Germano, che sale sul palco per ritirare il premio come miglior attore protagonista e ci delizia con un discorso sull’uguaglianza e contro le attuali discriminazioni razziali (chissà dove le ha viste in Italia) e dopodiché intervistato da un giornalista attacca a spada tratta il ministero della cultura, reo della distruzione del cinema italiano. Tuttavia il buon Germano dimentica che l’ultimo film che lo vede protagonista è costato 6 milioni di euro e il ministero ne ha sovvenzionati la metà. Quanto ha incassato al botteghino? Un milione e mezzo. Colpa del Governo nonostante i generosi finanziamenti al settore? Chiaramente il ministro Giuli risponde alle accuse ricevute pubblicamente e conseguentemente arriva la contro-risposta di Germano che si dice “preoccupato perché un ministro attacca direttamente un cittadino”. Dimenticando che la tenzone l’aveva iniziata lui.
Ma passiamo oltre, indimenticabile anche l’intervento di Margherita Vicario, miglior regista emergente. “Sarebbe bello se il nostro governo spendesse molto di più in arte, cultura e sanità e un pochino meno nelle armi…”. Sarebbe bellissimo se tutti i cittadini del mondo si stringessero in cerchio cantando “Imagine” di John Lennon, ma attualmente è quantomeno utopistico. Quindi se non si investe nella Difesa chi difende la nostra arte e la nostra cultura? Spiegate all’ottima Vicario che il potere dell’amore difficilmente sortirebbe effetti tangibili.
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Dulcis in fundo: sale sul palco la Sottosegretaria alla Cultura, Sen. Lucia Borgonzoni, e annuncia anche per quest’anno l’iniziativa “Cinema Revolution”: per il periodo estivo si potrà andare al cinema pagando 3,50€, il resto del prezzo del biglietto lo sovvenziona il Ministero. Anche in questo caso, giustamente o meno (dipende dalla propria dottrina ideologica), si cerca di salvare il paziente cinema con i fondi pubblici. E ciononostante, la Borgonzoni viene scherzosamente invitata ad abbandonare lo studio 5 di Cinecittà perché al Cinema serve di più. Di più, di più. Non bastano i finanziamenti pubblici, serve altro. Non si capisce bene cosa, non lo sanno neanche gli addetti del settore, ma serve altro. Ma la realtà è più semplice di così: i gusti delle persone cambiano e il settore cinematografico italiano non è riuscito ad evolvere.
Dire che il governo non fa abbastanza o che il popolo si sta imbarbarendo è semplicemente un dito dietro il quale nascondersi con scarsi risultati. Ma questo, l’attuale circolino del cinema, che fa film prevalentemente per se stesso in una spirale onanistica che ha smesso di incontrare il gusto dei consumatori, non lo ammetterà mai. E quindi, viste le attuali condizioni in cui versa, citando Sorrentino (che ha peraltro disertato la cerimonia), il cinema italiano, sull’orlo della disperazione, non ha altro rimedio che guardarsi in faccia, farsi compagnia, pigliarsi un po’ in giro. O no?
Alessandro Bonelli, 13 maggio 2025
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