Altro che fine. Il reddito di cittadinanza, invece di essere archiviato come una delle pagine più fallimentari della politica italiana recente, rinasce dalle sue ceneri. Ma non come progetto di Stato: stavolta si tenta la scorciatoia regionale. Il copione è sempre lo stesso, firmato da quel Movimento 5 Stelle che non ha più idee, ma ha ancora un’ossessione: raccattare voti con sussidi.
Il pretesto stavolta arriva dalla Toscana, dove i grillini, in crisi d’identità e di consensi, hanno deciso di allearsi col Pd di Eugenio Giani. Ma mica gratis: in cambio hanno preteso una versione regionale del Reddito. Un “Reddito 2.0”, ancora più vago, ancora più ideologico, e soprattutto ancora più difficile da finanziare. Roba da matti.
E non è finita qui. Come riportato dal Foglio, anche in Campania, durante una delle solite riunioni blindate con consulenti e comunicatori, pare che Giuseppe Conte stia preparando la stessa mossa. Il collante per tenere insieme quel che resta del campo largo sarebbe sempre lo stesso: un bel bonus da promettere agli elettori senza chiedere nulla in cambio, nemmeno una mezza intenzione di cercare lavoro.
In Calabria, invece, spunta il nome di Pasquale Tridico, ex presidente Inps e fiero papà del Reddito nazionale. Potrebbe correre per la presidenza. Ovviamente con l’Rdc come bandiera. Un tripudio di assistenzialismo, nostalgia e ideologia.
Il Reddito come religione (politica)
Per i 5 Stelle, il Reddito non è una misura economica: è un dogma. Una religione laica. E come tutte le religioni, non ammette fallimenti né dubbi. Eppure, basta guardare ai numeri per capire che si è trattato di una delle più grandi illusioni sociali degli ultimi decenni. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, su milioni di percettori solo una percentuale inferiore al 10% ha trovato lavoro attraverso i Centri per l’Impiego. E questo dopo anni di soldi pubblici buttati, truffe smascherate (centinaia di milioni finiti a finti disoccupati, criminali e perfino ai mafiosi), e un’intera macchina amministrativa piegata alla logica del “paghiamo chi non lavora”.
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La Corte dei Conti, nelle sue relazioni, ha evidenziato più volte le inefficienze strutturali della misura. Ma non importa. Per i grillini non conta che abbia funzionato. Conta che abbia fatto presa. Conta che abbia alimentato una cultura della dipendenza dallo Stato, che trasforma il cittadino in elettore grato. Perché lavorare per il consenso costa fatica. Regalare assegni, no.
Regione che vai, Reddito che trovi?
Ora si tenta la furbata: far passare questo “reddito regionale” come una semplice integrazione all’assegno d’inclusione del governo Meloni. Ma anche qui, la domanda è sempre la stessa: con quali soldi? E per fare cosa, esattamente? Le Regioni, lo sappiamo, già stentano a garantire i servizi essenziali. I bilanci sono tirati come elastici. E allora da dove arriverebbero questi fondi? Da Bruxelles? Dalla fantasia? O – come sempre – dalle tasche dei contribuenti?
Il Reddito non ha sconfitto la povertà. Ha solo cambiato la forma dell’assistenzialismo, facendo credere che fosse giustizia sociale. Ma un Paese non cresce redistribuendo miseria, bensì creando ricchezza e occupazione. E lo Stato non è lì per fare da bancomat permanente a chi ha deciso di uscire dal mercato del lavoro.
Questa rincorsa al Reddito regionale è un’operazione cinica, costruita solo per tenere in piedi coalizioni elettorali traballanti. E chi paga? Sempre gli stessi: le imprese, i lavoratori, i professionisti, gli autonomi, che ogni mese finanziano una macchina pubblica sempre più lenta, inefficiente e clientelare.
Franco Lodige, 9 agosto 2025
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