Caffè avvelenato

Il ritorno dei buffoni

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Qui al Bar ormai la sappiamo lunga, a forza di vedere entrare paraculi la sappiamo più lunga di un caffè lungo. E quindi non c’incanta lo spettacolo dei soliti minchioni hollywoodiani che al Golden Globe hanno sfoggiato le spillette contro l’ICE, la polizia di frontiera, ma, più che altro, contro Trump.

Il presupposto è l’ormai famigerato precedente con l’agente che spara alla fuggitiva Renée Good, episodio discutibile, esecrabile, condannabile fin che si vuole e magari un po’ di più: ma le vere intenzioni, sapendola lunga, non ce le beviamo, le vere intenzioni di questi da Goldon Globe, cioè coglioni globali, con una certa libertà di traduzione, sono tutt’altre e nient’affatto umanitarie: altro che “ICE out” e “Be Good”. Volete essere buoni? O volete essere come quella malcapitata? Confessiamo che, nell’indignazione istintiva per quell’omicidio, perché va chiamato col suo nome, non siamo tuttavia rimasti indifferenti ad un articolo che, su questa testata, c’invitava a considerare la differenza di approccio, siderale, tra l’America e noialtri: là, un certo legalismo formale resta ferreo, magari anche irragionevole, ma, a parte che non ne possono più dei danni accatastati da anni di politiche democratiche che hanno organizzato l’invasione, resta una filosofia di base, quella su cui l’America si è fondata: se non obbedisci a un poliziotto ne paghi le conseguenze, se gli sfuggi o peggio ti ribelli non hai alibi, se lo fai fuori non hai scampo. Ripetiamo, discutibile se si vuole, ma così è; laddove in Italia funziona alla rovescia, funziona che i delinquenti, soprattutto veri, conclamati, hanno sempre ragione, han tutte le ragioni e la polizia ha ontologicamente torto al punto che non pochi fra politicanti e intellettuali invitano serenamente a farla fuori o almeno ad abolirla.

Le forze dell’ordine sono una entità esecrata, le sue divise possono venire letteralmente perseguitate, torturate giudiziariamente per anni per avere inseguito due maranza, ovvero fatto il proprio dovere, nell’esultanza di una sinistra balorda. Detto questo, ecco le vere ragioni dei cialtroni hollywoodiani: la prima è l’esibizionismo, il narcisismo da buona causa; la seconda è l’opportunismo e sinistra dalle loro ville piscinate; la terza è pararsi il culo, sì, siamo straricchi, privilegiati ma siamo dalla vostra parte, compagni, lasciateci stare (vecchia storia); la quarta è la coglionaggine genetica di chi faceva le pompe & circostanze per Kamala Harris, detto tutto; la quinta è il business, spillette e gadget militanti muovono sempre un certo giro d’affari e questi si prestano a sfoggiarle in cambio di un vantaggio quale che sia (specie in America nisciuna è fess, non è mai per soldi: è sempre per soldi).

Il Black Lives Matters, nato sull’onda dell’indignazione per l’omicidio di George Floyd da parte della polizia, si è tradotto in una organizzazione terroristica di estrema sinistra dalla quale i capintesta, fanatici marxisti, hanno letteralmente rubato milioni di dollari, investiti in proprietà immobiliari ed altri valori. Ma sì, dai, usiamo la Good di turno, che capita sempre a proposito, per un’altra sviolinata Dem. Questi farisei della più bell’acqua, i Mark Ruffalo, le Wanda Sykes, le Ariana Grande eccetera, non hanno mai fatto una piega, non si dica una inginocchiata, per un Charlie Kirk (sul quale se mai sghignazzavano) e men che meno per uno solo dei circa 8 milioni di deportati da Maduro, così come ostentatamente si disinteressano delle proteste civili che la teocrazia iraniana tenta di affogare nel sangue: si svegliano oggi perché, dal loro punto di vista, ne vale la pena. Ma è un punto di vista more solito infame, una pagliacciata senza gloria, più da guitti che da divi. Forse la cosa più vera, suo malgrado l’ha detta una portavoce della trovata delle spillette propagandistiche: “Abbiamo bisogno dei nostri intrattenitori”. Sì, dei buffoni, i quali sono sinceri come le loro facce, tirate, levigate, plasticate, trattate con l’intelligenza artificiale. L’idiozia, però, quella è tutta naturale, genuina, come l’ipocrisia.

Il Barista, 13 gennaio 2026

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