Il silenzio assordante di Mattarella e Conte su Craxi

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Anna Craxi, serena e sorridente come solo le grandi donne sanno essere in certi momenti, ci ha messo mezz’ora per percorrere il viale che costeggia le mura della Medina, per raggiungere la tomba del marito nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet. “Mi sono sempre ripromessa di non parlare, di non commentare. Ma oggi sono davvero commossa per questa partecipazione così numerosa di tanti amici e compagni. Posso solo dire che, così, proprio non me l’aspettavo. Il tempo è galantuomo”. E, scortata dal nipote Federico, che più di tutti i giovani della famiglia ha vissuto l’epopea del nonno, si è stretta in un minuto di raccoglimento.

Senza un sacerdote a benedire, dopo la solenne cerimonia nella Chiesa cattolica di ieri, tutto è stato veloce e semplice. Il silenzio rotto solo da un militante socialista che, all’ultimo momento, ha chiesto al figlio Bobo di poter cantare l’Ave Maria di Schubert. Ieri, per la prima volta da vent’anni, Bettino non è riuscito a vedere il mare dalla sua tomba, dove, su un libro di marmo aperto, ha voluto, sopra la sua firma, l’epigrafe “la mia libertà equivale alla mia vita”: la folla di un migliaio di persone accorsa a commemorarlo ha tolto, infatti, ogni spazio di luce, assiepata sui muri alti della Medina, arrampicata sugli alberi e, perfino, in piedi sulle tombe adiacenti. Tuttavia, ieri, più evidente della presenza, l’assenza delle Istituzioni italiane. Neppure un fiore, non necessariamente un garofano, dal Quirinale, nonostante Sergio Mattarella abbia conosciuto bene Bettino Craxi negli anni degli incarichi di responsabilità ricoperti nella Dc.

Non una corona di fiori né una presenza da parte del Senato o dalla Camera. Inutile aspettarsi uno spunto da Giuseppi Conte, l’avvocato degli italiani che, appassionato di viaggi com’è diventato, non ha trovato neppure il tempo per autorizzare uno dei mille sottosegretari, ad oggi quasi tutti senza deleghe per i capricci dei loro ministri, a venire in Tunisia per un gesto di conciliazione. Gesto che, invece, non solo simbolicamente, hanno fatto in tanti, così confermando il Nemo profeta in patria, dal Sud America all’Africa, dalla Romania alla Repubblica Ceca, all’Albania, per ricordare il contributo, morale, ma soprattutto concreto, del leader socialista verso quei Paesi, quando erano devastati dalle dittature o dalla povertà, tragedia, questa, che Craxi aveva ben presagito prima di tutti, soprattutto nel periodo dei suoi incarichi alle Nazioni Unite.

Garofani rossi ovunque ieri, come quelli che una piccola pasionaria socialista, Lella Golfo, presente ad Hammamet, ha per anni fatto realizzare stilizzati da grandi stilisti. Ma non solo socialisti o reduci, come affettuosamente li ricorda la figlia Stefania. Anche un vecchio indomito repubblicano quasi novantenne come Aristide Gunnella, che si aggirava a passo svelto ricordando le estenuanti battaglie della Prima Repubblica e i numerosi aneddoti tra due vecchi amici “avversari, ma mai nemici come si usa oggi”, Bettino Craxi e Giovanni Spadolini, che pure arrivarono ad una drammatica rottura dei loro rapporti per la crisi di Sigonella. Ma cosa resta di questi giorni?

Certamente quel senso di smarrimento verso l’attuale classe politica, che lungi dal dover assolvere Craxi dalle condanne processuali, deve però certamente iniziare una riflessione onesta e profonda su quel periodo tormentato, chiedendosi, magari, perché la nostra economia da anni va rotoli ed in politica estera non contiamo più nulla.

Forse Mattarella potrebbe iniziare a farlo ricevendo la Fondazione Craxi, senza la quale questo dibattito non sarebbe mai neppure iniziato. Anche perché, come diceva Craxi, “quando c’è la politica, è la politica che consente di risolvere i problemi “ e, già molto malato con il tumore che lo devastava, preclusagli ogni possibilità di cure adeguate, raccontava che “morire in esilio o in prigione è davvero una pagina infame”.

Luigi Bisignani per Il Tempo 20 gennaio 2020

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