Non è soltanto la politica a contestare Sigfrido Ranucci. Dopo il post in cui il conduttore di Report ha evocato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a manifestare perplessità sono anche i parenti di alcuni dei protagonisti di quelle pagine drammatiche della storia italiana. E dalle loro parole emerge soprattutto una richiesta: evitare sovrapposizioni e distinguere vicende profondamente diverse.
Tra le reazioni più significative c’è quella di Maria Falcone. La sorella di Giovanni, oggi novantenne e da anni impegnata a custodire la memoria del magistrato assassinato a Capaci, ammette innanzitutto di essere rimasta spiazzata dal testo di Ranucci: «Sì, l’ho letto e sinceramente preferirei lasciar perdere». La ragione? «Perché è stata una delle poche volte in vita mia che non ho capito che cosa c’era scritto».
Ranucci aveva parlato di un «filo» capace di unire Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino e di uomini eliminati non per debolezza, ma «per eccesso di chiarezza». Una lettura nella quale Maria Falcone non si riconosce. «Adesso non mi va di mettermi ad interpretare, a fare l’esegesi del pensiero di Sigfrido Ranucci, ma se proprio lo vuol sapere io quel post non lo condivido». A lasciarla perplessa è anche la forma scelta dal giornalista: «Questo modo di parlare un po’ sopra le righe, che dice e che non dice. È troppo lontano dal mio modo di pensare». Da ex insegnante, spiega, è abituata a un principio differente: «Quando parli ai ragazzi loro ti devono capire».
Ancora più marcata è la distanza quando il discorso arriva alla bomba esplosa davanti all’abitazione di Ranucci nell’ottobre scorso. L’ipotesi che quell’episodio possa aver contribuito alla riflessione del conduttore non cambia il giudizio di Maria Falcone: «Ma è tutt’altra cosa, mi pare». E sulla vicenda di Valter Lavitola preferisce affidarsi a una regola semplice, la stessa che attribuisce al fratello: giudicare sulla base di ciò che è dimostrato. «Era quello in cui credeva anche mio fratello Giovanni. Contano i fatti».
Un concetto di distanza ritorna nelle parole di Manfredi Borsellino. Il figlio del magistrato ucciso in via D’Amelio evita toni polemici, ma il messaggio è chiaro: «Avvicinarsi a quei giganti, da Aldo Moro a Piersanti Mattarella, da Giovanni Falcone a mio padre, è problematico per chiunque». Tanto che aggiunge: «Io stesso, come figlio, non mi sento ancora all’altezza».
Se Giovanni Moro preferisce non pronunciarsi – «L’ho visto grazie, ma proprio non ho commenti da fare» – Giovanni Ricci, figlio di Domenico Ricci, agente della scorta di Moro assassinato in via Fani, sceglie invece parole molto più taglienti. Prima ammette: «Il post non l’ho capito». Poi si rivolge direttamente al giornalista: «Stia tranquillo, Ranucci, non si agiti, se vuole che gli rafforzino la scorta lo chieda». E chiude con una stoccata: «Troverà sempre pronte le forze dell’ordine, quelle che lui a Report ha trattato male».
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