Il tentativo (mal riuscito) di indottrinare gli studenti sul referendum

Un professore del liceo Mamiani di Pesaro, consigliere Pd, ha propagandato il "Sì" pochi giorni prima delle urne

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In principio fu Antonio Gramsci, principale teorico della presa del potere attraverso il capillare indottrinamento della società e la sistematica occupazione dei luoghi di formazione del pensiero. Alla cultura, esercitata per mezzo dell’opera dei cosiddetti “intellettuali organici”, il filosofo di origini sarde attribuiva un ruolo cruciale ai fini della creazione del consenso e della persuasione delle masse, tutti passaggi necessari per la costruzione dell’egemonia culturale e la piena legittimazione del potere.

Oggigiorno, quella stessa parte politica cara a Gramsci sembrerebbe aver allegramente dilapidato consensi e potere, ma non quel vecchio vizietto dell’indottrinamento. In tal senso, i tentativi delle sinistre di ricorrere all’arma della cultura con finalità persuasive legate alla riedificazione del consenso risultano molteplici e assai frequenti, sebbene poi i risultati siano spesso e volentieri ben lontani dalle aspettative iniziali. L’ultimo in ordine temporale si è registrato al liceo Mamiani di Pesaro, dove negli ultimissimi giorni di scuola, proprio alla vigilia del voto referendario, la professoressa
Simonetta Drago, nonché consigliere comunale del Pd, ha voluto organizzare un incontro rivolto agli studenti delle classi quarte e quinte al fine “illustrare i quesiti referendari” nell’ambito dell’educazione civica.

Peccato solo che, secondo gli studenti coinvolti, l’iniziativa in questione sia risultata un vero e proprio tentativo di indirizzare il loro voto in favore del “Sì”. “Ci chiediamo: perché proprio l’ultimo giorno utile prima del voto?”, scrivono alcuni degli studenti coinvolti in una riflessione aperta pubblicata sul Resto del Carlino. “Perché convocare solo quarte e quinte, se non per parlare a chi ha già o avrà diritto di voto? A tutti è parso chiaro che l’obiettivo fosse politico, non didattico. Siamo rimasti amareggiati nel vedere come gran parte del tempo sia stato occupato da una narrazione di parte, che lasciava ben poco spazio a dubbi su quale fosse la posizione della professoressa che ha esordito dicendo di voler essere imparziale ma che poi a più riprese ha ammesso di non riuscire ad esserlo”.

E poi, ancora: “Ci è stato detto che questa lezione rientrava nell’Educazione civica. Ma non era approvata dal consiglio di istituto, né prevista dal piano dell’offerta formativa, né condivisa dai consigli di classe. Non c’era nulla di ufficiale: ci è sembrata solo un’occasione costruita ad arte. Una propaganda che, in virtù delle modalità con cui è stata esercitata, non solo non ha influenzato la nostra libera scelta di votare o di non votare, ma che non ci è servita neppure per riflettere in modo coscienzioso. Ci auguriamo, che episodi del genere non si ripetano mai più.”

Ancora una volta, dunque, come diverse altre nel recente passato, un docente con in tasca la tessera del Pd usa la scuola come megafono per propagandare la propria ideologia presso gli studenti, spacciando per “lezione” quello che in realtà è un evidente messaggio politico, diffuso peraltro tra i banchi di scuola senza il consenso del consiglio di istituto né delle famiglie degli studenti, e senza neppure condividerlo con i vari consigli di classe. Sempre la solita sinistra, insomma, che fonde e confonde i programmi scolastici con i programmi elettorali del Pd nel vano intento di recuperare una parte di quel consenso ormai inesorabilmente andato perduto.

Salvatore Di Bartolo, 12 giugno 2025

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