Il trumpismo va oltre Trump? Resa dei conti e accuse di tradimento

Il momento in cui il movimento MAGA inizia a fare i conti con se stesso

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Trump

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel dibattito che sta attraversando la destra americana: non tanto per ciò che propone, quanto per ciò che lascia intendere. Quando un movimento politico costruito attorno a un leader arriva anche solo a ipotizzare strumenti straordinari per ridimensionarne il potere, significa che la crepa interna è ormai strutturale. Non si tratta più di una divergenza tattica, ma di una vera e propria crisi di identità.

In questo contesto prende forma la proposta – al limite della provocazione – di utilizzare il 25° emendamento per rimuovere Donald Trump. Un’idea che appare politicamente quasi irrealizzabile, ma che restituisce con precisione il clima che si respira nel mondo MAGA: un movimento attraversato da tensioni crescenti, in cui la figura del leader viene ogni giorno sempre più messa in discussione.

Il riferimento, in particolare, è alla Sezione 4 del 25° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, un dispositivo pensato per circostanze estreme, quando il presidente non è in grado di esercitare le proprie funzioni. Il meccanismo prevede che siano il vicepresidente e la maggioranza dei membri del governo a dichiarare l’incapacità del presidente, trasferendo immediatamente i poteri al vicepresidente come presidente facente funzioni.

Il presidente può opporsi, ma a quel punto la decisione passa al Congresso, che deve pronunciarsi con una maggioranza qualificata dei due terzi. È evidente che non si tratta di uno strumento politico ordinario, bensì di una clausola di emergenza. Invocarla per divergenze strategiche significherebbe forzare lo spirito della Costituzione, trasformando una garanzia istituzionale in un’arma di lotta interna.

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E tuttavia, il fatto che una simile ipotesi venga evocata rende l’idea di quanto profonda inizi a essere la frattura tra Trump e la sua base. Il punto di rottura più evidente riguarda la politica estera e, in particolare, la gestione del conflitto con l’Iran. Una parte consistente del MAGA – rappresentata da figure come Tucker Carlson e Steve Bannon – aveva sostenuto Trump proprio in nome della promessa di porre fine alle “guerre infinite”. L’intervento militare in Iran e il rapporto con Benjamin Netanyahu vengono ora letti, in questi ambienti, come un tradimento di quella linea.

A questa tensione si aggiungono altri elementi che alimentano il malcontento: il riemergere del caso Jeffrey Epstein, che ha riacceso sospetti e diffidenze, e una situazione economica percepita come distante dalle promesse iniziali. Ne emerge una destra sempre più divisa, sospesa tra la lealtà a un leader ancora dominante e la spinta crescente a ridefinire i propri riferimenti politici.

In questo scenario, il ruolo decisivo spetterebbe al vicepresidente JD Vance, figura che incarna perfettamente le contraddizioni del momento. Da un lato, Vance è vicino alle posizioni più isolazioniste del MAGA, quelle che oggi contestano la svolta interventista; dall’altro, la sua ascesa politica è indissolubilmente legata a Trump. Si trova così in una posizione di equilibrio precario, stretto tra la necessità di mantenere la lealtà istituzionale e il rischio di compromettere il proprio futuro politico.

È proprio questa tensione a rendere la proposta del 25° emendamento tanto clamorosa quanto emblematica. Non perché sia effettivamente destinata a concretizzarsi, ma perché evidenzia un passaggio estremamente delicato della storia del MAGA: il momento in cui un movimento nato attorno a un uomo inizia seriamente a interrogarsi sulla possibilità di andare oltre lui.

Salvatore di Bartolo, 1 aprile 2026

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