Settant’anni fa, il 23 aprile 1956, la Corte costituzionale, presieduta dal primo presidente Enrico De Nicola, celebrava la sua prima udienza pubblica, inaugurando una stagione nuova nella storia repubblicana italiana. Questa data è particolarmente rilevante perché segna il passaggio dalla promessa costituzionale, quella prevista, cioè, nel Titolo VI, Parte Seconda, della nostra Carta fondamentale, alla sua effettiva operatività. Si tratta, quindi, di sette decenni in cui l’organo pensato per garantire l’equilibrio dei poteri dello Stato è diventato, per gran parte della dottrina, uno dei protagonisti più influenti della vita politica italiana.
Tuttavia, questa celebrazione importantissima impone una domanda che il giurista non può evitare: la Corte è rimasta fedele al suo ruolo di giudice delle leggi oppure si è trasformata, progressivamente, in qualcosa di diverso? I numeri, in apparenza, parlano da soli. Tra il 1956 ed il 2025, su oltre ventimila giudizi, più di quattromila pronunce hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni legislative. Non si tratta soltanto di una funzione di controllo, ma di un intervento continuo, incisivo, spesso creativo, all’interno del nostro ordinamento giuridico. Infatti, da istituzione pensata come arbitro e non come giocatore, la Consulta, negli anni, non si è limitata ad interpretare la Costituzione ma, in molti casi, l’ha resa materia viva, talvolta persino più elastica di quanto abbia fatto il legislatore.
A proposito di ciò, va ricordato come proprio la prima sentenza della Corte – la n. 1 del 1956 – dichiarava incostituzionali le disposizioni del Testo unico di Pubblica sicurezza di epoca fascista ritenute incompatibili con l’articolo 21 della Costituzione che prevede il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Questa sentenza ha rappresentato, pertanto, un passaggio necessario, in cui il giudice delle leggi ha difeso effettivamente la Costituzione repubblicana dal passato. Tuttavia, nel corso del tempo, il ruolo della Corte costituzionale si è progressivamente evoluto non limitandosi ad espungere leggi incompatibili dal nostro ordinamento, ma riempendo vuoti normativi, orientando politiche pubbliche, fino ad entrare nei meandri più sensibili della decisione politica, dai diritti civili ai diritti sociali, dalla fiscalità alla libertà economica.
Orbene, è proprio in questo segmento che si annida la tensione irrisolta del costituzionalismo contemporaneo: infatti, da un lato, la Corte rappresenta un formidabile presidio contro le derive della maggioranza, ma dall’altro, rischia, purtroppo, di diventare un centro autonomo di produzione normativa sottratto alla responsabilità democratica. A tal proposito è opportuno interrogarsi sull’equilibrio della giustizia costituzionale italiana, in quanto, se per un verso, è del tutto naturale correggere l’attività del legislatore, dall’altro sostituirsi alla sua attività lo è molto meno. Infatti, in una stagione in cui la politica appare sempre più debole, frammentata ed incapace di assumere decisioni fondamentali per la vita del Paese, il giudice delle leggi, purtroppo, tende inevitabilmente ad espandere il proprio raggio d’azione. Si tratta di una dinamica diffusa.
Ma in Italia assume un’intensità particolare favorita dall’elasticità della nostra Costituzione. Per questi motivi, una domanda ulteriore che il giurista dovrebbe porsi, a settant’anni dalla prima udienza della Corte costituzionale, è comprendere di chi, quest’ultima, sia davvero garante, e, soprattutto, fino a che punto lo è. Perché ogni espansione del sindacato di costituzionalità ha il suo prezzo che si misura, in ultima analisi, nella compressione dello spazio della decisione politica. Non più soltanto giudice delle leggi, ma – sempre più spesso – un vero e proprio co-legislatore silenzioso? Sicuramente, oggi, la Corte costituzionale resta una delle istituzioni più solide della Repubblica italiana ma il modo migliore per celebrare i suoi settant’anni resta sicuramente il confronto critico. E le grandi istituzioni – tra le quali rientra certamente la Consulta – cercano quesiti difficili e non li temono. Perché una Corte forte è una garanzia. Ma una Corte che sostituisce la politica diventa un problema.
Giovanni Terrano, 23 aprile 2026
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