
È il giorno del voto decisivo in commissione Affari Giuridici dell’Eurocamera: la richiesta di revoca dell’immunità a Ilaria Salis è l’oggetto di un braccio di ferro politico-giuridico che potrebbe segnare un punto di svolta. Non è ancora finita, la resa dei conti è solo iniziata. Perché il voto che si terrà tra poche ore non è la parola finale: quella spetta all’Aula plenaria, quasi certamente nella prima settimana di ottobre. Ma è nelle ore che precedono il pronunciamento della commissione che l’europarlamentare di Fratoianni e Bonelli sa di giocarsi una partita “chiave”.
Non sorprende, dunque, l’intervista rilasciata al Corriere della Sera in cui ne spara alcune piuttosto grosse. Ecco la prima: “Io non voglio sottrarmi al processo. Anzi, voglio essere processata. Ma non in Ungheria, dove sarebbe un processo politico, dove la sentenza è già scritta. Voglio essere processata nel mio paese. In Italia. Io ho fiducia nella magistratura. Ho fiducia della magistratura italiana”. Si commenta da sola, non è il caso di infierire. Ma la parte migliore è quella in cui chiede, in ginocchio, l’aiuto del governo e di Giorgia Meloni. “Sono convinta che il governo sia in grado di far sì che il processo avvenga in Italia, secondo le garanzie del diritto, in modo che possa portare a una sentenza giusta. È quello che chiedo con forza” le sue parole.
Avete capito? Quelli che denigra un giorno sì e l’altro pure ora potrebbero diventare decisivi per il suo futuro e quindi il tono cambia. “Sono preoccupata, agitata. Ma sono anche fiduciosa. Ho fiducia che i colleghi sappiano trovare una soluzione opportuna per tutti. Non soltanto per me” ha aggiunto ancora, ribadendo di fatto la convinzione di incarnare la democrazia. Interpellata sulla Meloni, ha spiegato: “Se l’ho mai incontrata? No, mai. Ma spero che una soluzione si possa trovare, nell’interesse di tutti e di tutto, in primo luogo il rispetto dei diritti”. Un bel cambiamento rispetto alle filippiche battagliere contro le destre, no?
Ma torniamo al voto di oggi. I numeri non pendono decisamente a favore dell’attivista di estrema sinistra. In commissione, il blocco che difenderà la sua immunità è composto da 11 eurodeputati su 25: si spazia dalla Sinistra (c’è anche Mario Furore dei 5 Stelle) ai Verdi, passando per Liberali e Socialisti, con il dem Brando Benifei nella fila dei suoi sostenitori. Contro, sette voti quasi certi per la revoca: quelli dei sovranisti che siedono nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane e Patrioti, e dei conservatori dell’ECR — fra questi, Mario Mantovani, esponente meloniano.
Ma il vero ago della bilancia è il Ppe, con i suoi sette eurodeputati. La relazione riservata del relatore, lo spagnolo Adrián Vázquez Lázara, un popolare, sembrerebbe suggerire la revoca. Eppure, nel suo testo c’è una frase che sguscia via dall’ordinaria previsione: “l’assenza di fumus persecutionis”. È questa espressione, segnalano fonti ben informate, che ha fatto vacillare qualcuno dentro al Ppe. Bastano due defezioni nel gruppo per salvare Salis, spiegano.
Non è un dettaglio: il rischio è che, nel tentativo di contenere il danno mediatico, il Ppe si ritrovi diviso — fra chi vuole schierarsi contro la revoca per difendere il principio dell’immunità e chi teme che una resistenza troppo decisa possa essere strumentalizzata nella campagna elettorale ungherese. D’altra parte la coincidenza dei voti è evidente: insieme alla pratica Salis si voterà anche quella per revocare l’immunità a Péter Magyar, ex esponente di governo oggi leader dell’opposizione ungherese, in lotta con Orbán in vista delle prossime elezioni.
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In tutto questo, a Bruxelles c’è chi gioca la carta della moralità istituzionale. “Opporsi alla revoca dell’immunità significa difendere l’autonomia delle istituzioni europee”, ha detto Pina Picierno, vicepresidente dem del Parlamento europeo. Ma davvero l’autonomia si difende coprendo una persona che, almeno sulla carta, deve rispondere a un mandato d’arresto per un’aggressione violenta? E davvero è il Parlamento europeo il luogo dove si riscrivono i processi penali nazionali?
La verità è che il caso Salis è diventato un banco di prova per le contraddizioni della sinistra europea: quella che grida all’Europa dei diritti, ma solo se i governi sono di destra; che difende l’immunità parlamentare, ma solo se serve a sottrarre qualcuno ai codici penali scomodi. E che si indigna per la “giustizia politicizzata” — salvo poi fare politica con la giustizia, quando conviene.
Vedremo come voterà il Ppe. Di certo, qualsiasi sia il risultato, la partita non finirà lì. Ma almeno una cosa dovremmo pretenderla da chi siede al Parlamento europeo: che l’immunità non diventi impunità. Perché le leggi valgono per tutti, anche per gli eletti. Anche per quelli che si dicono “contro il sistema”.
Franco Lodige, 23 settembre 2025
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