La frase di Sergio Marchionne, pronunciata anni fa parlando della Fiat, oggi sembra descrivere qualcosa di molto più grande di una semplice abitudine italiana. Descrive un Paese. Marchionne raccontava che nel 2004 Fiat perdeva cinque milioni di euro al giorno e che, arrivato in ufficio ad agosto, non aveva trovato praticamente nessuno. La domanda che gli venne spontanea fu: «Ma in ferie da cosa?». È una domanda che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di rivolgere a se stessa.
In ferie da cosa siamo quando il debito pubblico ha superato i 3.200 miliardi di euro? In ferie da cosa siamo quando continuiamo a rinviare le decisioni difficili, a proteggere rendite, privilegi e inefficienze, mentre il conto viene semplicemente spostato in avanti? Il problema dell’Italia non è che gli italiani vadano in vacanza ad agosto. Le ferie sono un diritto e il riposo non è il nemico della produttività, il problema è l’atteggiamento mentale di un Paese che sembra voler vivere come se il conto non dovesse mai arrivare. È la sciatteria elevata a metodo. È l’inconcludenza trasformata in normalità. È l’incapacità di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte e, soprattutto, delle proprie non-scelte.
E qui sarebbe troppo facile puntare il dito soltanto contro la classe dirigente. Certo, chi governa ha una responsabilità maggiore. Chi decide come spendere il denaro pubblico, quali riforme fare, quali privilegi eliminare e quali sacrifici chiedere ai cittadini porta sulle proprie spalle una responsabilità che non può essere scaricata su altri. Ma sarebbe altrettanto comodo raccontarci che il problema dell’Italia sono sempre e soltanto “gli altri”: i politici, i burocrati, i partiti, l’Europa, i mercati, le banche, le multinazionali. Noi dove siamo? Un Paese è anche ciò che i suoi cittadini chiedono, tollerano, premiano e difendono.
Siamo tutti molto bravi a pretendere una sanità migliore, una scuola migliore, pensioni più alte, servizi più efficienti, sicurezza, infrastrutture moderne, meno tasse e più trasferimenti, siamo molto meno bravi, però, quando arriva il momento di domandarci quanto tutto questo costi e chi debba pagarlo. Vogliamo uno Stato efficiente, ma spesso difendiamo il nostro piccolo privilegio quando l’inefficienza riguarda noi. Vogliamo meno tasse, ma contemporaneamente pretendiamo che nulla venga ridimensionato. Vogliamo più diritti, ma molto meno spesso discutiamo dei doveri che li rendono sostenibili. Ci indigniamo per il debito che lasciamo ai nostri figli, ma raramente siamo disposti a rinunciare a qualcosa oggi per ridurlo.
È questa la contraddizione più profonda. La classe dirigente non nasce nel vuoto, è espressione, almeno in parte, della società che la elegge, la sostiene, la condiziona e talvolta la costringe a non cambiare. Un politico che promette un beneficio immediato raccoglie consenso. Un politico che dice che quel beneficio non è più sostenibile rischia di perdere consenso. E allora il sistema impara a fare sempre la stessa cosa: rinviare, compensare, promettere, indebitarsi. La responsabilità, dunque, è certamente politica, ma è anche civile. Non siamo tutti responsabili nella stessa misura, ma nessuno è completamente innocente. La vecchia mucca da mungere è l’Italia stessa. La continuiamo a mungere per finanziare un sistema che produce sempre meno crescita, sempre meno produttività e sempre meno opportunità, mentre la popolazione invecchia e il peso del debito cresce.
Ma una mucca non può essere munta all’infinito. Prima o poi bisogna decidere se nutrirla, renderla più produttiva, cambiare il modo in cui viene gestita oppure accettare che non è più in grado di sostenere il peso che le abbiamo messo addosso. E questo vale anche per ciascuno di noi. Perché il risanamento di un Paese non può consistere soltanto nell’attesa che arrivi «il politico giusto». Richiede cittadini disposti a comprendere che ogni diritto ha un costo, ogni spesa ha un finanziatore, ogni privilegio ha qualcuno che lo paga e ogni debito è una promessa fatta a qualcun altro di restituire ciò che oggi stiamo consumando.
La vera rivoluzione culturale sarebbe smettere di considerare lo Stato come una cosa distinta da noi perché lo Stato siamo anche noi. Sono i nostri contributi, le nostre tasse, le nostre imposte, i nostri voti, le nostre richieste, le nostre proteste, le nostre omissioni, le nostre tolleranze. Insomma sono tutti i nostri piccoli e grandi privilegi che, sommati per milioni di persone, diventano un sistema. Per questo la domanda di Marchionne è ancora così attuale. Non dobbiamo chiederci soltanto perché la classe dirigente sia “in ferie”. Dobbiamo chiederci se non siamo, in qualche modo, tutti in ferie dalla responsabilità di essere cittadini.
Perché il mondo non aspetta che l’Italia finisca le vacanze, il debito non aspetta, la demografia non aspetta, la produttività non aspetta. E soprattutto non aspettano le generazioni che dovranno pagare le conseguenze delle decisioni che continuiamo a rimandare. Forse, allora, la vera domanda da rivolgere all’Italia non è: «Perché prendiamo le ferie ad agosto?» È quella, molto più scomoda, di Marchionne:
«In ferie da cosa?»
Massimo Micheli, 25 agosto 2026
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