
Ieri Askatasuna doveva dimostrare di essere quello che i suoi difensori dicono. Non un gruppo di violenti continuamente alla ricerca dello scontro fisico con lo “Stato”, ma un centro di aggregazione comunitario aperto al quartiere e alla cittadinanza. Per molti irrinunciabile.
Prova fallita. Dopo un breve prologo composto da un corteo sonoro ma pacifico con famiglie e bambini, ci si avvicina al posto di blocco della polizia e d’improvviso tutto cambia. Compaiono gli incappucciati, le armi improprie, sassi e petardi, i cassonetti vengono trascinati in mezzo alla strada e gli si dà fuoco, si cerca il contatto con la polizia. Come se il corteo fosse stato un preludio necessario per la consueta sceneggiata machista-antagonista.
Secondo me c’è un problema di fondo: la commistione con i “giovani palestinesi” antisionisti, vale a dire sostenitori della espulsione violenta dello stato di Israele dal MedioOriente. Appena le bandiere palestinesi cominciano a sventolare nelle prime file del corteo si avverte che il segno della manifestazione è cambiato. Non più la rivendicazione di uno spazio di attività politiche e sociali in un quartiere (non tanto periferico) della città ma l’avvio di una rustica intifada per affermare il proprio “protagonismo” politico. Un nuovo momento di eroismo modello NoTav per scacciare la noia di una quotidianità spacciata per socialità. Una forma di identitarismo rassicurante ma, ahimè, piccolo piccolo. E inaccettabile per Torino.
Marco Taradash, 21 dicembre 2025
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