
*** Secondo l’Ansa da Palazzo Chigi trapela l’irritazione di Giorgia Meloni “per la notizia dell’aumento dello stipendio deciso dal presidente del Cnel Renato Brunetta avvalendosi della sentenza della Corte Costituzionale di abolire il tetto dei 240 mila euro annui per i dirigenti pubblici. Una decisione ‘non condivisibile’, ritiene la premier così come è ‘inopportuna’ la decisione relativa all’adeguamento del compenso”. Qui sotto il commento di Andrea Bernaudo sulla vicenda ****
L’ineffabile prof. Renato Brunetta, presidente del CNEL, ha appena deciso di aumentarsi lo stipendio da 250mila a 310mila euro l’anno. Non lo ha fatto un’impresa privata, ma un ente “pubblico” che costa ai contribuenti oltre 7milioni di euro l’anno e che non produce nulla di utile da decenni. Il CNEL – sopravvissuto al referendum del 2016 solo per inerzia e per la confusione politica di una campagna referendaria sbagliata sul pacchetto di riforme costituzionali condotta da Renzi – è il simbolo perfetto dello Stato parassitario italiano: un’istituzione autoreferenziale che si autolegittima e si auto-premia mentre il Paese reale arranca. Ma è solo un granello di sabbia nel deserto degli sprechi a gestione politica.
La giustificazione è grottesca: “Adeguamento ai parametri degli altri organi costituzionali”, dopo la sentenza della Consulta che ha rimosso il tetto ai compensi pubblici. Tradotto: i vertici pubblici tornano a farsi gli stipendi d’oro, mentre gli italiani continuano a pagare oltre il 60% del reddito in tasse e contributi. È la fotografia perfetta del Leviatano italiano: chi vive di denaro dei contribuenti si arricchisce, e chi produce quel denaro viene dissanguato. Questo scempio grida vendetta e avviene mentre l’Italia si classifica all’ultimo posto nella Eurozona per calo degli stipendi dal 2021, con i salari reali in calo del 7,5% tra il primo trimestre del 2021 ed il primo trimestre del 2025. Dietro il caso Brunetta c’è un universo che nessun partito politico, nessun “leader”, nessun governo osa toccare. In Italia operano più di 7.800 società partecipate pubbliche, con quasi un milione di dipendenti, e un’altra miriade di centri di costo perfino difficili da individuare. Sono quasi tutti enti “pubblici” ma a gestione privata, a chiamata diretta, al servizio dei partiti. E il dato più vergognoso è questo: un terzo di esse è fuori legge. Lo dice il Ministero dell’Economia nel suo ultimo rapporto: su 24mila partecipazioni pubbliche analizzate, 9.069 non rispettano i requisiti del Testo unico sulle partecipate (TUSP) – dovrebbero quindi essere chiuse o vendute.
Ma ecco lo scandalo: le amministrazioni pubbliche scelgono di mantenerne il 76%. Cioè tre su quattro delle società che la legge impone di dismettere vengono tenute in vita per non toccare poltrone, stipendi e potere. Ed è qui la verità che tutti fingono di non vedere: nessun partito, nessun governo, di nessun colore politico taglierà mai questa immonda galassia di sprechi, perché è la loro linfa vitale. Questi enti, consorzi e società sono l’infrastruttura del potere partitico: servono a mantenere un esercito di fedelissimi, consulenti, dirigenti, consiglieri e amici degli amici. Sono le fondamenta del sistema, la forma contemporanea della lottizzazione, il vero welfare (a spese nostre) della politica. Mentre si parla di “spending review”, questo apparato brucia centinaia di miliardi. Lo Stato compete con i cittadini invece di servirli: gestisce media (RAI), fa credito (Invitalia), controlla energia e rifiuti (ACEA, Hera), distribuisce incentivi e infinite consulenze. È una rete di potere che drena risorse produttive e alimenta consenso clientelare.
Non è più tempo di “razionalizzazioni” o “piani di riforma”: serve la motosega di Milei. Tagliare, abolire, privatizzare, liberalizzare tutto ciò che non è strettamente sovrano e necessario – giustizia, sicurezza, infrastrutture strategiche – e restituire il resto al mercato e alla libertà. Solo così si potrà ridurre l’immonda spesa pubblica improduttiva, abbattere le tasse e liberare l’Italia dal parassitismo politico. Finché non si distruggerà questa rete di potere e privilegi, nessuna rivoluzione fiscale sarà possibile. La scelta è chiara: o la libertà, o il CNEL. Per farlo serve un/a leader con il coraggio di affrontare piazze, sindacati e persino di rischiare la propria sicurezza personale. Finora abbiamo avuto solo gestori del sistema, impegnati più a piazzare i propri sgherri nell’apparato pubblico che a tagliarlo con la scure liberista.
Andrea Bernaudo, 7 novembre 2025
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