
L’omicidio di Iryna Zarutska, la giovane rifugiata ucraina uccisa a coltellate su un treno della metropolitana a Charlotte, ha scosso l’opinione pubblica americana. E chiaramente la vicenda, avvenuta due settimane fa ma diventata di rilevanza internazionale dopo che nelle ultime ore l’ente responsabile del trasporto pubblico ha diffuso il filmato del tanto insensato quanto efferato omicidio, ha trovato immediata risonanza nelle parole di Donald Trump. Il presidente non ha esitato a definire l’assassino un “animale” e ha chiesto apertamente la pena di morte, invocando un “processo rapido” e sottolineando che non possono esistere alternative.
Questa reazione ha un doppio valore. Da un lato, è la voce di un uomo che interpreta il sentimento di milioni di cittadini spaventati dall’insicurezza quotidiana. Dall’altro, è un atto politico preciso: riportare la questione della sicurezza al centro del dibattito, ricordando che senza protezione dei cittadini ogni altro discorso di civiltà e progresso è inutile. Il tycoon, sempre diretto e conciso, non fa giri di parole. La sua linea è chiara: chi uccide in modo così brutale non merita altro che la fine.
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E in effetti, parlando con onestà intellettuale e basando qualsiasi considerazione sul principio fondante della funzione rieducativa della detenzione: cosa può offrire il sistema carcerario a un individuo con un passato di arresti (ben 14), segnali evidenti di pericolosità e la capacità di massacrare una giovane innocente, arrivata in Occidente nella speranza di un futuro sereno, senza alcun motivo? Parlare di recupero in simili circostanze è retorica vuota. Trump coglie questo punto e lo trasforma in un manifesto politico: a torto o a ragione l’America non può più permettersi il lusso della debolezza.
Il tema centrale diventa così la sicurezza come diritto primario. Trump lo sa bene e lo utilizza come arma retorica: gli americani ormai non sono sicuri sui treni, nelle strade, nelle stazioni. Non vivono più nella certezza che lo Stato possa proteggerli. Un sentimento abbastanza simile a quello che si percepisce in tante metropoli europee. Ed è in questo vuoto che il suo messaggio diventa potente, perché intercetta una paura diffusa, reale, che parte della politica tende a minimizzare nel nome del diritto e del principio di tolleranza.
Ma dinnanzi a questo caso anche il più strenuo difensore della riabilitazione dei criminali può vacillare. Forse la richiesta di pena capitale non è un eccesso populista: Trump dice apertamente ciò che in America molti pensano in silenzio, alcuni criminali non possono essere recuperati. È un messaggio duro, cinico, ma perfettamente coerente con la realtà di chi vive ogni giorno la sensazione che la violenza sia sempre dietro l’angolo. Il sistema giudiziario, così com’è, appare incapace di proteggere: le scarcerazioni facili, le attenuanti infinite, i programmi di reinserimento offerti a chi non vuole essere reinserito, tutto contribuisce a un clima di impotenza. In questo caso si parla di un uomo già 14 volte in galera, uscito su cauzione senza pagamento. Per questo ogni omicidio, ogni crimine efferato come quello di Charlotte non è una semplice tragedia, è la dimostrazione di un fallimento sistemico.
Trump ha semplicemente palesato questo fallimento, chiaramente con il suo savoir faire tracotante ed eccessivo, trasformandolo in carburante politico. Le sue parole non cercano consenso nelle élite, ma parlano direttamente alla pancia del Paese: sicurezza prima di tutto, punizione esemplare per chi spezza vite innocenti. E forse davvero su una cosa il Presidente Usa ha ragione: in Occidente non siamo di fronte a una infinita serie di sanguinari errori o di terribili sventure, ma al frutto di un sistema che non funziona. Come risolverlo? Dovrebbe dirlo chi in questa situazione ci ha condotti. Ma il pugno duro di Trump è ancora una volta l’unica consolazione che dalle istituzioni giunge fino all’ultimo degli ultimi cittadini americani.
Alessandro Bonelli, 10 settembre 2025
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