In Iran la situazione sta esplodendo, letteralmente. In mezzo alle strade bruciano pneumatici, risuonano cori di “morte a Khamenei” e “lunga vita allo Scià”. E nonostante il blackout totale di internet — ormai prassi per ogni regime che si rispetti — e la scia di morti e arresti, gli iraniani non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Siamo al quattordicesimo giorno consecutivo di proteste, un livello di mobilitazione che nel Paese non si vedeva da anni.
Questa volta, dicono alcuni analisti, potrebbe essere davvero la volta buona. Qualcuno osa perfino parlare di “rivoluzione”. Una parola che in Iran pesa come un macigno, visto che l’intero impianto della Repubblica islamica nacque proprio così, tra slogan e piazze infuocate negli anni Settanta. E forse è anche per questo che il regime è passato subito alle minacce estreme: la forca per i dimostranti, bollati come “nemici di Dio”. Khamenei, dal canto suo, ha messo i pasdaran in stato di allerta massima, un livello addirittura superiore a quello della guerra lampo con Israele del 2025. Una mossa che da una parte fa capire che la paura circola eccome nelle stanze del potere iraniano, dall’altra aumenta la tensione con l’Occidente.
E attenzione, perché la notizia delle ultime ore è un’altra. Gli Stati Uniti sarebbero pronti ad entrare a gamba tesa. Donald Trump ha avvisato Teheran: “non iniziare a sparare” sui civili, “altrimenti, inizieremo a sparare anche noi”. Poi in serata ha rincarato la dose dicendo che Washington è “pronta ad aiutare” i manifestanti che “lottano per la libertà”. Secondo il Wall Street Journal, dentro l’amministrazione americana sarebbero già partite discussioni “preliminari” su un possibile attacco contro l’Iran, con tanto di obiettivi individuati. Nulla di deciso, per ora: niente truppe mobilitate, nessun ordine operativo. Ma il solo fatto che se ne parli dà l’idea del livello di tensione.
Nelle stesse ore, però, Trump ha anche rivelato un altro elemento cruciale: Teheran avrebbe contattato Washington per avviare negoziati. “L’incontro si sta organizzando, ma potremmo dover agire prima di quel momento per ciò che sta accadendo”, ha detto il presidente ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, aggiungendo che “l’Iran ha chiamato e vuole negoziare”. Dichiarazioni che l’Iran, per ora, non ha confermato ufficialmente, mentre continua ad avvertire che Stati Uniti e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi” nel caso di un intervento a difesa dei manifestanti.
Anche il segretario di Stato, Marco Rubio, ha fatto eco al presidente: l’America “sostiene il coraggioso popolo iraniano”. E in Europa? Le istituzioni si muovono come al solito: condanne, appelli, proposte di sanzioni. La presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha addirittura suggerito di colpire direttamente il Corpo delle Guardie della Rivoluzione.
Intanto dall’Iran filtrano notizie sempre più allarmanti, nonostante il blackout totale delle comunicazioni che dura ormai da due giorni. L’unica cosa che arriva ai cittadini sono sms della polizia che li invitano — minacciano, in realtà — a non unirsi ai cortei. Dietro questa cortina digitale, però, si sta consumando la solita brutale repressione. Secondo la Human Rights Activists News Agency, il bilancio è molto più grave di quanto emerso inizialmente: almeno 544 morti, di cui 496 manifestanti e 48 appartenenti alle forze di sicurezza, e oltre 10.600 arresti in due settimane di proteste. Un conteggio indipendente, basato su una rete di attivisti sul territorio, mentre il governo iraniano continua a non fornire dati ufficiali.
Medici e operatori sanitari hanno raccontato alla BBC che gli ospedali sono “sopraffatti” dai feriti. Caos, botte, violenze da entrambe le parti: a Teheran la situazione è al collasso. A rendere il tutto ancora più infuocato, poi, alcune indiscrezioni: miliziani iracheni sarebbero entrati in Iran per dare man forte alle forze dell’ordine. Notizie non confermate, certo, ma già bastate a scatenare attacchi e ritorsioni contro cittadini iracheni residenti nel Paese.
Sul fronte internazionale, la crisi sta producendo effetti anche fuori dall’Iran. Le autorità di Teheran hanno convocato l’ambasciatore britannico dopo che, per due volte, manifestanti hanno strappato la bandiera iraniana dall’ambasciata a Londra. La televisione di Stato ha poi accusato apertamente “organizzazioni terroristiche che, sotto la copertura dei media, diffondono menzogne e incitano alla violenza”, un riferimento diretto ai media in lingua persiana con sede nel Regno Unito, come BBC Persian e Iran International. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ad Al Jazeera ha fatto sapere che le proteste “sono diventate violente e sanguinose per fornire una scusa” a Trump per intervenir. Secondo il ministro, ora “la situazione è ora sotto controllo totale” e presto la connessione internet verrà ripristinata.
Teheran “è pronta alla guerra, ma anche al dialogo”, ha spiegato Araghchi secondo cui “elementi armati hanno preso parte alle manifestazioni e hanno aperto il fuoco sia contro le forze di sicurezza sia contro i manifestanti”. Per il regime le proteste sono iniziate il 28 dicembre “con i commercianti e sono state pacifiche”, poi “dal primo gennaio si sono aggiunti altri elementi e sono iniziate le proteste accompagnate da violenza. Le forze di sicurezza hanno gestito le manifestazioni in modo pacifico”. Il ministro sostiene di poter presentare le immagini di soggetti, forse stranieri, che passano le armi ai manifestanti.
Franco Lodige, 12 gennaio 2026
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