La notizia che arriva dall’Iran è agghiacciante. Racconta, ancora una volta, la brutalità di un regime che considera la libertà di espressione una minaccia da soffocare con la repressione. Secondo le notizie circolate nelle ultime ore, Najmeh Amini, una studentessa di appena 23 anni, sarebbe stata condannata a morte per un contenuto pubblicato sui social network, giudicato dalle autorità della Repubblica islamica blasfemo e ostile allo Stato. Rinchiusa nel carcere di Vakilabad, la giovane avrebbe lanciato appelli disperati al mondo, ricordando di essere una ragazza con sogni, speranze e una famiglia che la aspetta.
Una vicenda i cui dettagli devono ancora essere verificati, ma che richiama una realtà ben documentata: la sistematica repressione del dissenso in Iran. Se confermata, la sua storia sarebbe l’ennesima dimostrazione di un sistema che non tollera il dissenso e trasforma persino le parole pubblicate su uno schermo in un capo d’accusa punibile con la morte. Un regime teocratico che, dietro la retorica della fede e della difesa dei propri valori, continua a soffocare le libertà individuali e a perseguitare chi osa mettere in discussione il potere degli ayatollah. E sono spesso le donne a pagare il prezzo più alto, strette tra imposizioni religiose, discriminazioni istituzionalizzate e repressione politica.
Ma c’è un’altra storia, meno cruenta nelle sue manifestazioni eppure profondamente inquietante, che si consuma lontano dalle carceri iraniane: quella di una parte dell’Occidente che, davanti a simili atrocità, preferisce voltarsi dall’altra parte. In Europa e in Italia non mancano intellettuali da salotto, politici prigionieri dei propri schemi ideologici e militanti sempre pronti a trovare attenuanti per il regime di Teheran. Basta evocare lo scontro con Washington, denunciare le responsabilità occidentali o agitare lo spettro dell’imperialismo perché gli ayatollah diventino, almeno a parole, interlocutori da comprendere, se non addirittura alleati da difendere.
È una forma di miopia difficile da giustificare. Le responsabilità dell’Occidente, quando esistono, non cancellano quelle di una dittatura. Criticare gli Stati Uniti non significa dover assolvere il regime iraniano. E nessuna contrapposizione geopolitica può diventare un alibi per ignorare le libertà negate, le donne perseguitate e chi rischia la vita per aver espresso un’opinione.
E allora, dov’è il femminismo quando a essere perseguitate sono le donne iraniane? La domanda è scomoda, ma legittima. Proprio chi rivendica l’autodeterminazione femminile, il diritto delle donne a disporre del proprio corpo e la libertà di scegliere come vivere dovrebbe essere in prima linea nel denunciare un regime che pretende di imporre per legge una determinata concezione religiosa e morale. E dovrebbe farlo indipendentemente dal fatto che il responsabile sia un governo occidentale, una dittatura alleata di una potenza rivale o un regime che si presenta come baluardo della resistenza all’imperialismo.
Naturalmente, sarebbe ingiusto attribuire il silenzio all’intero mondo femminista: molte attiviste, organizzazioni e donne iraniane in esilio denunciano da anni la repressione della Repubblica islamica, spesso pagando un prezzo personale altissimo. Ma proprio per questo è necessario interrogarsi su quelle voci che si mostrano inflessibili di fronte alle violazioni commesse dai propri avversari politici e assai più indulgenti quando a commetterle è un regime considerato funzionale alla propria narrazione ideologica.
Se la libertà di espressione e l’emancipazione femminile rappresentano davvero principi universali, la loro difesa non può arrestarsi davanti agli ayatollah. Non possono essere invocate soltanto quando le violenze sono attribuibili a una cultura, a un governo o a un sistema politico già annoverato tra i nemici.
Le donne iraniane non hanno bisogno di essere arruolate nelle battaglie ideologiche altrui. Hanno bisogno che la loro voce venga ascoltata, che le loro libertà siano riconosciute e che le violenze subite siano denunciate senza ambiguità. Ridurre la loro condizione a una semplice conseguenza dello scontro tra Teheran e Washington significa, in fondo, negare loro proprio quella soggettività che il femminismo dichiara di voler difendere.
Il punto è proprio questo: i diritti umani non possono essere difesi a corrente alternata, a seconda di chi sia il carnefice e di quale bandiera sventoli la vittima. Se la repressione viene denunciata quando colpisce un regime avversario e minimizzata quando riguarda un governo ritenuto funzionale alla propria battaglia ideologica, non siamo di fronte a una posizione coerente. Siamo di fronte a un doppio standard, in cui i principi cedono il passo alle convenienze politiche.
Strizzare l’occhio agli ayatollah mentre donne e dissidenti rischiano persecuzioni, carcere e, nei casi più gravi, la pena di morte non è soltanto un esercizio di ipocrisia. Significa rinunciare a qualsiasi principio universale in nome di una convenienza contingente. Significa lasciare che il pregiudizio ideologico oscuri persino l’evidenza della repressione.
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Il problema, del resto, non è soltanto morale. È anche politico. Chi giustifica o minimizza le violazioni di un regime autoritario in nome dell’antioccidentalismo finisce per tradire proprio quei valori di libertà e autodeterminazione che sostiene di difendere. Non compromette soltanto la propria credibilità: contribuisce a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo mai. Di fronte alla vicenda di Najmeh Amini, qualora le notizie sulla sua condanna trovassero conferma, la domanda da porsi sarebbe semplice: da che parte si sta quando il potere pretende di decidere che cosa si possa scrivere, pensare e dire, fino a mettere in gioco una vita umana?
La risposta non dovrebbe dipendere dalle simpatie geopolitiche, dalle convenienze diplomatiche o dalle appartenenze ideologiche. La libertà non è un valore negoziabile nè un privilegio da riconoscere agli amici e negare ai nemici. O è un principio universale, oppure si riduce a uno slogan da esibire solo quando fa comodo.
Salvatore di Bartolo, 18 ottobre 2026
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