Italia-Francia, in comune hanno l’inferno fiscale

I veri paradisi? Quelli che ci lasciano lavorare in pace

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meloni macron

François Bayrou punta il dito contro l’Italia e parla di dumping fiscale. L’accusa è mal posta e suona persino ridicola se si pensa che a lanciarla è la Francia, cioè l’unico Paese con la pressione fiscale più alta dell’Italia tra i paesi Ocse ed entrambi gli Stati tra i più tartassatori del mondo.

L’Italia non ha abbassato le tasse alle imprese, non ha ridotto il costo del lavoro, non ha fatto nulla per liberare la produzione: ha semplicemente creato, con Renzi, un privilegio per poche centinaia di ricchi stranieri che spostano la residenza. Una flat tax forfettaria sui redditi esteri fissata a centomila euro l’anno, che il governo Meloni non ha abolito ma raddoppiato a duecentomila. Una misura di nicchia, ininfluente per l’economia reale, ma simbolica nel suo segnalare la odiosa discriminazione: agli stranieri ricchi il privilegio, agli italiani che lavorano e producono soltanto concordati, ricatti e lettere dell’Agenzia delle Entrate e una pressione fiscale crescente ed intollerabile da stato di polizia tributaria.

Eppure la polemica fra Francia e Italia ha un lato ancora più grottesco: i due Paesi tra i più tassatori del mondo sono due veri e propri inferni fiscali, si accusano a vicenda di concorrenza sleale mentre in realtà fanno di tutto per spegnere proprio la concorrenza fiscale. Sono proprio Roma e Parigi, infatti, a spingere in Europa per la cosiddetta “armonizzazione fiscale”, cioè per eliminare la concorrenza fra Stati sulle aliquote e sui contributi, impedendo a Irlanda, Estonia o a qualunque altro Stato membro di offrire regimi più giusti, leggeri e attrattivi e accrescere il benessere dei propri cittadini. Questa sì che è la vera forma di dumping contro le imprese: usare il peso politico di due leviatani per imporre la propria pesantissima pressione fiscale come standard a tutti gli altri, togliendo ai cittadini e alle imprese la libertà di scegliere ambienti più favorevoli.

Vale la pena ribadirlo senza ipocrisie: “paradiso fiscale” non è un insulto, ma un modello a cui ogni Paese dovrebbe aspirare. Un luogo in cui chi produce e lavora può trattenere la maggior parte del frutto del proprio impegno, in cui le imposte sono basse e semplici, in cui lo Stato non soffoca con la sua bulimia per alimentare la propria oligarchia diffusa. È l’inferno fiscale di Italia e Francia ad essere immorale: quello che consuma ben oltre la metà del reddito dei cittadini, che punisce l’iniziativa, che trasforma il fisco in strumento di ricatto. Italia e Francia si dovrebbero vergognare, perché incarnano proprio questo inferno, con un prelievo sul PIL che oscilla tra il 42 e il 44 per cento, con contributi sul lavoro che superano il 45 per cento e con un apparato burocratico che è la caricatura di se stesso ed un macigno per chi produce con un totale di tasse, contributi ed altri oneri fiscali a carico delle imprese assurdo che per entrambi gli Stati, animati in questa ipocrita contesa, si attesta sul 60%.

E allora sì, se c’è dumping è quello praticato da Francia e Italia verso il resto d’Europa: tentano di imporre il loro modello tassatore agli altri, soffocando la libertà di concorrenza fiscale che è l’unico argine al Leviatano burocratico. Chiunque abbia a cuore la libertà economica deve rovesciare la retorica corrente: non è il paradiso fiscale ad essere scandaloso, è giusto e morale perché difende la libertà del lavoro e della produzione; è l’inferno fiscale di Italia e Francia a essere scandaloso e immorale, perché opprime, ingiustamente, i cittadini e le imprese che producono.

Andrea Bernaudo, 1° settembre 2025

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