
I fatti sono noti: dopo aver lasciato con alcune ore d’anticipo il vertice del G7 a Kananaskis, in Canada, il presidente statunitense Donald Trump ha convocato una riunione d’urgenza con i vertici della sua amministrazione, in seguito alla quale ha rivolto un duro attacco alla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. “Sappiamo esattamente dove si trova il cosiddetto ‘Leader Supremo’”, ha dichiarato il presidente, parlando di un “bersaglio facile”, pur precisando che non è prevista per ora un’azione diretta. Trump ha inoltre chiesto a Teheran una “resa incondizionata”, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero “il controllo completo dei cieli sopra l’Iran” e che “la pazienza sta finendo”.
Alle parole di Trump ha risposto il leader supremo iraniano. “La battaglia ha inizio”, ha scritto Khamenei sui social: “Aiuto da Allah e conquista imminente. La Repubblica Islamica trionferà sul regime sionista per volontà di Dio”. Khamenei ha aggiunto poi che l’Iran “non scenderà mai a compromessi con i sionisti. Non mostreremo alcuna pietà per loro”. Ora sono gli iraniani ad aver dichiarato il “dominio assoluto” sui cieli di Israele.
Secondo alcune fonti vicine alla Casa Bianca, l’amministrazione americana starebbe valutando l’opzione militare, in particolare un attacco mirato alle infrastrutture nucleari iraniane. Nel mirino, l’impianto sotterraneo per l’arricchimento dell’uranio di Fordow, nei pressi della città santa di Qom. Tuttavia, secondo quanto riportato dalla CNN, l’intelligence americana ritiene che Teheran non stia attualmente perseguendo attivamente la costruzione di un’arma nucleare e sarebbe ancora a circa tre anni dalla capacità di realizzarne una operativa.
Cresce la tensione nel Medio Oriente
Nonostante i tentennamenti iniziali, prima di fare rientro a Washington, il presidente statunitense ha firmato la dichiarazione finale del vertice, nella quale i leader del G7 hanno riaffermato l’impegno comune per la “pace e la stabilità in Medio Oriente”. Il documento individua esplicitamente l’Iran come “principale fonte di instabilità e terrorismo nella regione” e ribadisce che Teheran “non potrà mai dotarsi di un’arma nucleare”.
Secca la replica delle autorità iraniane, che accusano il G7 di ignorare “le aggressioni israeliane” e di legittimare “gli attacchi illegali alle infrastrutture nucleari pacifiche” della Repubblica islamica. A rincarare la dose, è arrivato anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha paragonato la situazione di Khamenei a quella dell’ex leader iracheno Saddam Hussein, invitandolo a “non dimenticarne il destino”.
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Le dinamiche Usa
Finora gli Stati Uniti hanno fornito a Israele un supporto difensivo, intervenendo per intercettare missili in arrivo, ma senza prendere parte ad azioni offensive. Negli ultimi giorni, tuttavia, la posizione di Washington sembra aver subito una svolta significativa: dalla linea prudente del “non è una nostra operazione” si è passati all’affermazione, pronunciata da Donald Trump, secondo cui “ora controlliamo i cieli sopra l’Iran”.
Una dichiarazione che ha acceso il dibattito anche a Washington, dove il Congresso ha iniziato a muoversi. Un gruppo bipartisan di deputati ha presentato una risoluzione che intende vietare alle forze armate statunitensi di “intraprendere ostilità non autorizzate contro la Repubblica Islamica dell’Iran”. Nel testo si ricorda come, secondo la Costituzione, spetti al Congresso – e non al potere esecutivo – autorizzare l’uso della forza militare contro un Paese che non abbia attaccato direttamente gli Stati Uniti.
Critiche sono giunte anche dall’ala isolazionista del Partito Repubblicano, vicina al movimento Maga. Tra i più espliciti oppositori a un coinvolgimento militare, l’ex volto di Fox News e oggi popolare podcaster Tucker Carlson, che ha parlato apertamente di un “rischioso interventismo fuori controllo”.
Al Pentagono, le riserve non mancano, anche se per motivazioni strategiche diverse. Elbridge A. Colby, ex sottosegretario alla Difesa con delega alla politica, ha ribadito come ogni risorsa militare impiegata in Medio Oriente sottragga capacità e attenzione al fronte del Pacifico, dove gli Stati Uniti sono impegnati nel contenimento della crescente influenza cinese.
Le operazioni di Tel Aviv
Sul piano operativo, fonti militari israeliane hanno confermato l’uccisione del generale iraniano Ali Shadmani, a pochi giorni dalla sua nomina alla guida delle operazioni militari di coordinamento. Secondo l’organizzazione Human Rights Activists, con sede a Washington, i recenti raid israeliani in territorio iraniano avrebbero provocato la morte di oltre 450 persone, di cui almeno 224 civili, e il ferimento di altre 640.
Un appello accorato alla fine delle ostilità è arrivato da Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace e attivista per i diritti umani, attualmente detenuta nella prigione di Evin. “Mettiamo fine alla guerra”, ha detto, “senza distruggere Teheran: dieci milioni di persone vivono nella capitale. Chi di loro potremmo salvare?”. Da parte sua, il governo iraniano ha rivendicato attacchi contro presunti obiettivi del Mossad e dell’intelligence militare israeliana nel centro del Paese. Secondo le forze armate iraniane, le azioni finora compiute avrebbero avuto “natura dissuasiva”, ma nuovi “attacchi punitivi” sarebbero imminenti.
L’annuncio di Merz
Dal vertice del G7, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso una posizione netta in merito all’offensiva israeliana contro l’Iran, definendola un’azione che ha fornito un servizio agli alleati occidentali. “Israele sta compiendo il lavoro sporco per tutti noi”, ha dichiarato in un’intervista all’emittente pubblica tedesca ZDF, sottolineando come anche la Germania sia nel mirino del regime iraniano.
Merz ha attribuito a Teheran una responsabilità diretta nella destabilizzazione regionale, accusandola di aver “portato morte e distruzione nel mondo” attraverso il sostegno a gruppi come Hezbollah e Hamas. “L’attacco del 7 ottobre contro Israele non sarebbe mai stato possibile senza il sostegno del regime iraniano”, ha affermato, elogiando il governo e le forze armate israeliane per il coraggio dimostrato nell’intraprendere un’azione che, a suo giudizio, potrebbe aver prevenuto minacce future ben più gravi. “Altrimenti – ha aggiunto – avremmo rischiato di convivere per anni con il terrore di questo regime, forse armato anche di un ordigno nucleare”.
Ma non è solo, anzi, la dichiarazione più importante è un’altra. Nel corso di un’intervista a Politico, il cancelliere ha inoltre confermato che Berlino sta valutando un’eventuale partecipazione alla campagna militare israeliana. Un passaggio non di poco conto. Alla domanda se gli Stati Uniti stessero prendendo in considerazione un ingresso diretto nel conflitto, Merz ha risposto: “Ne abbiamo parlato”. Secondo il leader tedesco, la decisione di Washington dipenderà dalla disponibilità di Teheran a tornare al tavolo dei negoziati. “In caso contrario – ha concluso – potremmo assistere a un’ulteriore escalation, ma al momento è necessario attendere gli sviluppi”.
Franco Lodige, 18 giugno 2025
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