
Hamas sta perdendo sul campo di battaglia ma sta vincendo nei cuori di tantissimi occidentali, è evidente. L’Europa è ormai completamente asservita alla narrazione strappalacrime condotta dall’organizzazione terroristica spietata che usa i civili palestinesi come scudo per difendersi. E quello che è accaduto a Roma, nelle scorse ore, non fa che palesare quanto sopra affermato. Ma andiamo con ordine. In questi giorni la mozione approvata dall’Assemblea capitolina ha autorizzato l’esposizione, sul Campidoglio, della bandiera palestinese. Il gesto è stato presentato come un simbolo di solidarietà verso la popolazione civile di Gaza, e come condanna delle violazioni del diritto internazionale umanitario dovute ai feroci eventi sulla Striscia. Tuttavia, dietro questi intenti dichiarati, c’è qualcosa di largamente pericoloso: l’utilizzo istituzionale e la legittimazione di una entità politica fortemente controversa, il riconoscimento implicito di un’organizzazione terroristica. È chiaro che gli avvenimenti di Gaza sono da attenzionare e serve diplomazia e moderazione, ma piegarsi completamente ad Hamas non è la soluzione.
È vergognoso che su uno degli edifici più importanti della nostra nazione, uno dei simboli della città eterna, dell’identità romana, della nostra Repubblica, sventoli la bandiera di uno Stato dove le ultime elezioni nazionali risalgono al 2006 e sono state vinte dai terroristi. Hamas non solo ha vinto quelle elezioni, ma da allora detiene il controllo de facto su Gaza e ancora oggi è la principale forza politico-militare in quel territorio. Per queste ragioni apporre la bandiera su un luogo come il Campidoglio non è un atto neutro: comunica un appoggio totale. E in questo momento, nonostante il subdolo pietismo su cui Hamas fa leva, far sventolare quel vessillo significa legittimare l’esistenza di chi brama la distruzione totale di Israele, di chi sogna il dominio dell’Islam radicale.
Si potrà dire che non si tratta di un omaggio al terrorismo ma di un tentativo umanitario. Non è così: il Campidoglio non è la sede di un comitato o di un luogo che si può farcire di bandiere. Qui si supera il confine solidaristico per entrare nel territorio della politica istituzionale. È il Comune di Roma che si esprime, non un’associazione, non un corteo. Ed è un’istituzione pubblica che, con tale gesto, sceglie da che parte stare (consapevolmente o no) in un conflitto che ha causato migliaia di morti, sofferenze immense, divisioni, odio.
I fondamentalisti palestinesi hanno peraltro condotto svariati attacchi terroristici nel nostro paese. Per tutti, nella Comunità ebraica romana e non solo, quella bandiera è una ferita aperta. Si ricorda l’attentato alla sinagoga del 1982, con la morte di Stefano Gaj Taché, bambino di due anni, e il ferimento di altre 37 persone, ad opera di un commando di 5 terroristi palestinesi. Quelle ferite non si cancellano con un atto politico istituzionale che sceglie un simbolo che per alcuni rappresenta non solo aspirazioni di pace e libertà, ma anche (inevitabilmente) il sostegno a chi compie atti terroristici.
Roma così non è più luogo di equilibrio, dialogo, rispetto per tutte le memorie. E non può certo bastare la foglia di fico riparatoria della bandiera pro-ostaggi israeliani appesa oggi. Roma in questo modo finisce a piegarsi al richiamo emotivo e irrazionale di simboli che non sono neutri, che non sono condivisibili da chi conosce la storia, che per molti evocano giustamente morte, paura, ingiustizia. È vergognoso che chi rappresenta questa città, nella sua interezza, calchi i passi dell’attivismo politicizzato che sceglie un fronte estremamente controverso e lontano dai nostri concetti di democrazia e libertà. Quello che sta avvenendo a Gaza va attenzionato, ma avallare tout-court il terrorismo attraverso la condivisione dei suoi simboli (seppur agendo in buona fede) non può essere la soluzione.
Alessandro Bonelli, 21 settembre 2025
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