
Non sappiamo quanti in questo momento vorrebbero essere nei panni del Segretario Generale della NATO, l’ex Premier olandese Mark Rutte, che la prossima settimana, dall’8 al 12 aprile, volerà a Washington DC per incontrare il Presidente Donald Trump, il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, questi ultimi ovviamente allineati con la visione Trumpiana di una “America First”, dove ogni accordo o alleanza deve sottostare all’interesse primario degli Stati Uniti.
Il povero Mark Rutte, per quanto in passato sia sempre stato ben accolto dal Presidente americano, probabilmente, come tutti gli ospiti che vengono invitati di volta in volta dall’inquilino della Casa Bianca, ha ancora negli occhi il trattamento riservato a suo tempo al Presidente Zelensky e quindi sa cosa potrebbe accadere con l’imprevedibile Trump nel caso l’incontro prenda la strada sbagliata.
Il timore di tutti i leader europei, anche di quelli che pubblicamente ostentano sicurezza o menefreghismo, è che stavolta possano averla combinata troppo grossa e che quindi The Donald abbia deciso davvero di scaricarli come una fastidiosa zavorra. Trump infatti rimprovera agli alleati d’oltreoceano di non aver accolto la richiesta di collaborazione nella guerra all’Iran, soprattutto in relazione al rifiuto di inviare le navi da guerra europee nello Stretto di Hormuz, la lingua di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman, per ripristinare la legalità compromessa unilateralmente dall’Iran.
La Repubblica Islamica ha di fatto bloccato l’idrovia in parola, fondamentale per i traffici mondiali, dove transitano migliaia tra navi mercantili, gasiere e superpetroliere, per un quarto del commercio marittimo mondiale, un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto e oltre un decimo dell’approvvigionamento di fertilizzanti, con una media di 138 navi in transito al giorno.
Quali sgarbi ulteriori, gli europei sono considerati rei di aver negato l’accesso alle basi statunitensi sui propri territori, o di aver vietato il sorvolo degli aerei Usa sui propri cieli, come fatto dal Premier spagnolo Pedro Sánchez, dal Presidente francese Macron e in misura minore dal nostro governo per bocca del Ministro Crosetto, mentre il governo britannico ha perlomeno consentito l’uso delle basi della RAF per i rifornimenti dei bombardieri statunitensi.
A parziale giustificazione degli europei c’è, prima ancora dei problemi politici, di alleanze storiche compromesse e di diritto internazionale piegato, una evidente preoccupazione per i rischi che una simile operazione potrebbe comportare per le navi militari eventualmente impiegate nel golfo, non essendovi certezza (ma in teatri bellici non vi è mai la matematica certezza) che l’Iran non riesca ad infliggere, con mezzi relativamente poco costosi, quali droni, missili antinave o piccoli barchini – facili da neutralizzare, ma difficili da individuare – danni più o meno gravi.
Ovviamente non è la prima volta che Donald Trump minaccia di uscire dalla NATO, avendolo fatto già nel primo mandato presidenziale, ma stavolta sembrerebbe fare sul serio, anche se la procedura di uscita appare molto complessa e di difficile realizzazione, perché la legge americana che disciplina la materia prevederebbe il voto dei due terzi del Senato, o una legge specifica del Congresso.
Detto questo, un uomo come Donald Trump, che ama le sfide impossibili, potrebbe andare allo scontro diretto con i democratici, oppure decidere di non arrivare ad un vero e proprio recesso formale, ma potrebbe optare per uno svuotamento dell’Alleanza Atlantica, indebolendola militarmente, logisticamente e politicamente. Tutti scenari che, al netto dei paroloni di sufficienza adoperati da alcuni Capi di Stato, hanno messo in agitazione i paesi più esposti, e tra questi sicuramente quelli vicini, guarda caso, alla Federazione Russa, quali i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), la Polonia, la Finlandia e la Svezia.
Un altro dato importante che potrebbe influenzare la decisione di Trump e degli alleati europei, riguarda i prossimi passaggi elettivi, tra cui le elezioni americane di midterm del novembre 2026, le verifiche a livello locale che interesseranno Spagna, Germania, Francia e Italia, e le sfide più importanti quali le presidenziali francesi, le elezioni politiche in Italia e in Spagna, tutte previste nel 2027.
Fino ad allora probabilmente non cambierà molto, e quindi nemmeno la prossima settimana ci sarà alcun redde rationem, ma la visita di Mark Rutte resta comunque molto importante, perché Trump ci ha abituati, almeno nei confronti degli alleati storici, a toni accesi e minacciosi, seguiti poi da gesti di riappacificazione, e quindi conviene fare i migliori auguri di buona riuscita di missione al coriaceo ed astuto Mark Rutte, che non a caso è soprannominato Teflon Mark, per la sua capacità di resistere impassibile alle crisi e di uscirne sempre nel migliore dei modi. Good Luck, Mark.
Sergio De Santis,
*Col. (Ris.) della Guardia di Finanza
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