La domanda decisiva su Garlasco

Alberto Stasi, Andrea Sempio, il Dna su Chiara Poggi: qui si rischia di far prevalere tutta una serie di pregiudizi di colpevolezza

10k 3
stasi sempio garlasco

L’ultima puntata di Quarta Repubblica, in merito al caso infinito di Garlasco, è stata particolarmente istruttiva. Lo è stata soprattutto per l’interessante confronto a cuore aperto tra Antonio De Rensis, avvocato di Alberto Stasi, e Massimo Lugli, giornalista e scrittore di romanzi gialli. Per quanto riguarda le argomentazioni di quest’ultimo, vorrei sottolineare, non mi sono trovato d’accordo su quasi nulla, tranne che nella sua risposta alla domanda delle cento pistole rivoltagli da Nicola Porro. In sostanza il conduttore, tirando le somme degli innumerevoli errori compiuti nella prima indagine, in relazione all’ultima scoperta di una presunta traccia di dna nella bocca della povera Chiara Poggi, ha chiesto a Lugli se, una volta stabilito con certezza la presenza sul luogo del delitto di un soggetto non riconducibile agli addetti ai lavori dell’epoca, questo fatto non dovrebbe farci riflettere sulla condanna di Stasi, corroborando i molti dubbi che hanno accompagnato la medesima condanna.

Ebbene, messa la questione in questi termini (così come il nostro sistema imporrebbe di seguire in ogni giudizio, secondo il principio fondamentale secondo cui nel dubbio si deve sempre assolvere) Lugli ha dato prova di onestà intellettuale, sostenendo che se fosse stato un membro della giuria popolare, pur convinto della colpevolezza di Stasi, avrebbe votato per l’assoluzione proprio in considerazione dei dubbi che ancora oggi aleggiano come ombre sinistre

Tuttavia, per spiegare la sua convinzione di colpevolezza, Lugli ha sottolineato un concetto inaccettabile per un sistema penale fondato sul garantismo. A suo parere Stasi sarebbe l’unico colpevole possibile. Ora, senza ricapitolare le discutibili modalità con le quali si è potuto ribaltare un doppio e consecutivo giudizio di assoluzione (in particolare l’anticipo di quasi due ore dell’omicidio, rispetto a quanto stabilito dal patologo, il quale si basò su due rilevi scientifici: l’ipostasi cadaverica e la rigidità post mortem), questa è una delle classiche e, ahinoi, ricorrenti affermazioni che servono a lastricare la strada per l’inferno degli errori giudiziari, di cui l’Italia vanta un ben triste primato.

In questo senso io credo che l’atteggiamento più giusto per qualsiasi cittadino chiamato a giudicare in un aula di tribunale, o semplicemente interessato a farsi un’opinione su un crimine di grande rilevanza nazionale, dovrebbe presupporre la seguente domanda: partendo dall’assunto che siamo tutti innocenti fino a prova contraria, le prove che mi vengono sottoposte sono sufficienti a superare ogni ragionevole dubbio in merito alla colpevolezza dell’imputato?

Altrimenti si rischia di far prevalere tutta una serie di pregiudizi di colpevolezza, fondati su mere impressioni e antipatie personali, che proprio sulla vicenda giudiziaria dell’ex “ragazzo dagli occhi di ghiaccio” hanno avuto un effetto a mio avviso decisivo.

Claudio Romiti, 16 luglio 2025

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version