Direttore d’orchestra acclamato in tutto il mondo, curriculum invidiabile ed elevata capacità dialettica. Beatrice Venezi è una professionista che il pianeta invidia all’Italia, che i maggiori teatri di prestigio si contendono ma, in Italia, la sua figura è oggetto di contestazioni perché il direttore ha la colpa di non essere di sinistra, oltre che di essere donna e anche bella. Tutto ciò l’intellighenzia non perdona. Dal palco di Palazzo Castiglioni a Milano, presentata da Andrea Ruggieri, ha regalato un’intensa lectio magistralis al pubblico incentrata sulla Carmen come metafora “della libertà pura, radicale e ontologica”.
Esordisce scardinando l’immagine superficiale dell’opera, definendola uno dei “dispositivi più radicali che il teatro musicale dell’ottocento abbia prodotto sul tema della libertà”. Per la direttrice, limitarsi a vedere nella protagonista una donna sensuale significa “mancare il bersaglio”, poiché il vero scandalo risiede nel mondo che Bizet mette in scena. Carmen, sottolinea Venezi, non è un’eroina che cerca emancipazione o diritti, ma una figura la cui libertà è “ontologica”. Vive senza compromessi, non chiede di essere accettata e non negozia la propria natura. Venezi la descrive come “una figura radicalmente coerente che non chiede di essere accettata”, perché “Carmen è libera, non rivendica la libertà, non cerca emancipazione, non chiede diritti e non combatte contro alcun sistema, semplicemente vive fuori dalle sue regole”. E questa sua condizione la rende “tragica perché inassimilabile”, evidenziando l’incapacità del mondo circostante di reggere il peso di una verità così assoluta. Il suo rifiuto finale verso Don José è dunque un “atto di verità”, perché Carmen preferisce morire piuttosto che tradire se stessa. E un punto centrale del discorso riguarda il contesto sociale rappresentato nell’opera, per il quale Venezi osserva che, a differenza della morale borghese dell’epoca, Carmen non offre redenzione, il potere è svuotato di senso e la legge appare inefficace: “Il potere non viene abbattuto tragicamente, viene semplicemente reso inefficace attraverso l’ironia”. L’opera in sé “è una presa in giro strutturale dell’autorità, non un atto di violenza, e proprio per questo è profondamente sovversiva”.
Il direttore cita anche Nietzsche quando, “nei suoi scritti polemici contro Wagner, cita esplicitamente Carmen parlando di un brivido luminoso del sud, di una musica che guarda il Mediterraneo”. Il momento culminante non è il finale tragico, ma l’esaltazione della libertà nel secondo atto:
“In questo momento non si inneggia a una libertà alta, patriottica, ideologica… ma una libertà personale, fisica, dionisiaca” e “il grido collettivo alla libertà non è metaforico, è un atto”, è “l’istante in cui la libertà diventa esperienza condivisa e quindi potenzialmente anarchica. E questo momento più di ogni altro che fece paura al pubblico dell’epoca: non Carmen come individuo, ma la libertà come fenomeno contagioso dal punto di vista musicale”. E Venezi nella sua lunga analisi lega l’opera alla funzione civile del teatro. Carmen diventa uno specchio per lo spettatore moderno, ponendo domande scomode sulla nostra reale capacità di convivere con la libertà quando questa smette di essere un’idea rassicurante e diventa “fenomeno contagioso”. Il teatro, quindi, deve rimanere uno “spazio di frizione” e un laboratorio di coscienza civica contro il circolo vizioso del pensiero unico.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra


