Allontanamenti dei minori: il lato oscuro della giustizia che nessuno vuole vedere

La Meloni si occupi della malagiustizia in casa

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Lunedì 26 gennaio abbiamo assistito ad una puntata sconvolgente di Quarta Repubblica, in onda come sempre su Rete4. Nel segmento dedicato alla questione caldissima dell’allontanamento dei minori, finita sotto i riflettori della cronaca dopo la triste vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco, sono stati trattati alcuni casi altrettanto sconvolgenti.

Casi che chiamano in causa i decisori politici, i quali, a mio modesto parere, prima di interferire nella giurisdizione di uno Stato sovrano come quello svizzero, limitandosi ad esprimere la propria indignazione in forme legittime, dovrebbero occuparsi di ciò quotidianamente accade in questo disgraziato Paese proprio nel delicato settore della giustizia.

In particolare, oltre al caso della famiglia anglo-australiana, durante il programma sono state raccontate le surreali testimonianze, comprovate da atti e registrazioni audio, di due persone che hanno subito tutta una serie di inaccettabili abusi da parte di chi, in nome e per conto dell’interesse dei minori, interpreta il suo ruolo pubblico in maniera del tutto arbitraria.

Oltre al dramma, ancora in atto, di un signore fiorentino, a cui, malgrado l’ordine perentorio di un giudice, gli assistenti sociali che si occupano del caso impediscono da quasi tre anni di poter incontrare la figlia (tutto questo, da quanto dichiarato dal padre senza alcun intervento risolutivo dell’autorità giudiziaria) , l’odissea che un ragazzo bresciano di 21 anni visse 8 anni fa, quando egli aveva 13, per chi lo ha letto, ci ha riportato alla mente Viaggio nella vertigine, un libro autobiografico di Evgenija Ginsburg, che passò 10 anni in tremendo gulag durante il periodo staliniano.

Drammatica la testimonianza di questo giovane, Stefano Cirillo, che comincia con un racconto agghiacciante: “Son passato avanti e indietro da un posto all’altro, che nel primo caso era un dormitorio per l’accoglienza ai senzatetto, nel secondo era un centro di accoglienza per immigrati minorenni, con cibi scaduti in mensa di un anno e mezzo prima, e nel terzo c’erano giri di droga. Quindi stiamo parlando di cose che probabilmente potrebbero sembrare la trama di un film, ma invece è tutta realtà purtroppo.”

In estrema sintesi, al padre di Stefano fu tolta la potestà genitoriale per un presunto abbandono, quando in realtà il ragazzo era andato ospite del nonno perché il genitore doveva assentarsi per due tre giorni. A questo punto gli assistenti sociali segnalano al giudice l’abbandono e il tredicenne viene affidato alla madre. Tuttavia, dato che quest’ultima dichiara di non volersene più occupare, l’adolescente viene affidato ai servizi sociali. A questo punto, Stefano cerca di tornare con il padre, e si confronta con gli stessi assistenti sociali, avendo la straordinaria capacità di registrare di nascosto tali conversazioni, nella quali emerge in modo chiaro l’inquietante atteggiamento dei primi, che in sostanza , con modi a dir poco arroganti, dicono al ragazzo che la realtà dei fatti non conta nulla. Di fronte alla legge, gli spiegano alzando la voce, contano solo le cose che scrivono loro nelle relazioni che mandano al Tribunale dei minori.

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Per fortuna, dopo esser fuggito per ben due volte da questo inferno, alla soglia di 15 anni i servizi sociali demordono e gli consentono di ricongiungersi con il padre. Tuttavia, ancora oggi il giovane porta nel suo vissuto indelebili cicatrici di questo orrendo viaggio nella vertigine imposta dalla burocrazia che si occupa dei minori.

Un fatto che non ha affatto stupito l’avvocato Sonia Caiola, specialista in questo delicato settore della giustizia, la quale ha affermato che i bei principi che sostengono l’azione delle istituzioni preposte alla tutela dei minori danni molto spesso luogo a decisioni abnormi. Tant’è che la Caiola ha citato il caso, a cui si fa fatica a credere, in cui un bambino è stato allontanato dalla madre, su ordine del giudice, perché quest’ultima aveva subito abusi dal padre di suo figlio.

E sapete dove è stato collocato? A casa del giudice medesimo, restandoci per una decina di anni. E a nulla valse il ricorso al Consiglio superiore della magistratura, il quale stabilì che tutto quanto fu realizzato rispettando i criteri di legge. A questo punto una sempre più scandalizzata Rita Dalla Chiesa ha esternato la sua costernazione, dicendo che questi episodi dimostrano che in questo settore qualcosa proprio non va.

Molto dura anche la riflessione della scrittrice Alessia Zuppicchiatti, che si occupa da tempo di questo tema. A suo avviso “bisogna avere il coraggio di raccontare la verità: sono bambini rapiti dagli assistenti sociali. Perché gli assistenti sociali hanno un abuso di potere. E nessuno dice loro nulla.” E su questo punto anche la due ultime intervenute si sono trovate d’accordo, parlando senza mezzi termini di “una casta intoccabile”.

Ora, senza dilungarmi nel tema relativo al cospicuo giro d’affari che ruota intorno alle case-famiglia, che la stessa Zuppicchiatti ha stimato in circa 1 miliardo e 700 milioni di euro all’anno, ancora una volta emerge con grande evidenza la necessità di cambiare la legislazione che regola gli allontanamenti dei minori, così come sostiene invano da lungo tempo Antonio Marziale, che è stato per 10 anni garante dei minori della Calabria. Ovvero recepire quanto stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo cui essi – gli allontanamenti- possono essere attuati solo in presenza di reati o di abusi gravi.

Senza questo fondamentale paletto posto a tutela delle famiglie, la proposta del governo Meloni di creare un registro nazionale di questi casi dolorosi, seppur importante ai fini di comprendere il fenomeno, rischia di tradursi in una sterile contabilizzazione di qualcosa che per molti disgraziati diventa una sorta di morte civile.

Claudio Romiti, 28 gennaio 2026

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