La Molisana: gli intellò contro la pasta “fascista”

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Se non si fa i conti con la propria storia, sia individuale sia come collettività, il rischio non è che quella storia possa ripetersi, come si dice, perché mai nulla è uguale e forse nemmeno raffrontabile fino in fondo storicamente. Il rischio è che non si capisca proprio l’oggi e noi stessi, astraendo cioè da quell’unico passato di cui siamo figli e che costituisce la nostra identità, negli aspetti positivi ma ancor più forse in quelli negativi se e nella misura in cui siamo stati in grado di superarli. A ben vedere, è questo il “peccato” più grave che compie la cosiddetta cancel culture, di cui proprio in questi giorni abbiamo avuto un assaggio “alle vongole” (cioè alla strapaesana) soprattutto sui social.

Pasta “abissina”

In verità, più che le vongole, che comunque ben si accompagnano alla pasta, sono le “chiocciolette” al centro questa volta dell’attenzione. Perché il tipo rigato che produce un marchio storico, ma solo ora emergente a livello nazionale, quale La Molisana, si chiamano “abissine”, e insieme ad altre tipologie di pasta prodotte dalla stessa ditta furono così battezzate per celebrare le tarde (e anche queste un po’ “alle vongole” e cioè cialtronesche) “glorie” coloniali italiane. Conservarne il nome e non avere timore anche di spiegarne l’origine è un esempio di maturità, e anche di metabolizzazione di un fenomeno come il fascismo, tipicamente italiano (come la pasta) ma anche (sempre come la pasta) di massa e “popolare”. Perché il punto è sempre questo: il regime ebbe, quasi fino all’ultimo, un consenso quasi unanime da parte del popolo italiano, come gli studi di Renzo De Felice ci hanno dimostrato in modo inequivocabile.

Ed è questo l’elemento forte che andrebbe interrogato e non rimosso, metabolizzato appunto e non lasciato lì accantonato in un posticino della coscienza dal quale poi ogni tanto riemerge ancora oggi. Ad esempio, quando te lo ritrovi dove meno te lo aspetti, cioè in certi modi di ragionare tipicamente fascisti che sono propri, come in un gioco degli specchi, anche e soprattutto degli antifascisti (quelli “in servizio permanente effettivo”). Il punto lo aveva colto subito, con la sua solita arguzia e intelligenza, Winston Churchill, il quale aveva osservato in una delle sue freddure: “Bizzarro popolo gli italiani: un giorno 45 milioni di fascisti, il giorno dopo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure, questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti”.

Clima da caccia alle streghe

Non adusi agli “esami di coscienza”, noi italiani lo siamo però alle polemiche sbracate e alla “caccia alle streghe”. Soprattutto quando permette a qualcuno di avere un po’ di visibilità in nome dei Sacri e Incontestati Valori che altrimenti mai avrebbe. Come ad esempio al sindaco di Sant’Anna di Stazzema, città martire del nazismo, che, a beneficio di microfoni, ha minacciato ieri azioni penali contro il pastificio molisano, che con quel momento storico così tragico, e che non può perciò essere strumentalizzato, c’entra, per restare in campo culinario, come i cavoli a merenda. Come in tutte le “cacce alle streghe”, è poi arrivato da parte dell’azienda il momento, non solo dell’ammissione di una leggerezza nei confronti del linguaggio (francamente da banale spot pubblicitario) usato dall’agenzia di comunicazione, ma anche delle scuse e dell’autocolpevolizzazione fino all’impegno a cambiar nome ai prodotti incriminati.

E anche il richiamo, che in questi casi non manca mai, al parente partigiano o all’angheria nazifascista subita in passato da un avo o, come per quel che concerne La Molisana, dalla stessa azienda (che si vide saccheggiato lo stabilimento dai nazifascisti in fuga).

Non ce la sentiamo, per questo, di colpevolizzare una seconda volta un’impresa che è un’eccellenza meridionale, la quale non può che tutelare gli interessi propri e dei suoi dipendenti. Ce la prendiamo con gli intellettuali, come chi, in tutti questi anni, doveva assumersi sulle spalle il peso di dare una coscienza storica ad un popolo che non vuole averla. E di fargli amare interiormente, e non solo retoricamente, quei valori di libertà a cui è un dovere richiamarsi sempre e comunque, ma con sincerità e intelligenza.

Corrado Ocone, 7 gennaio 2021

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