Ieri pomeriggio a Dubai un maldestro sequel tennistico della “battaglia dei sessi”, storico match fra Billie Jean King e Bobby Riggs. Eppure la partita tra Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios, pur essendo ovviamente un’esibizione e non un match “ufficiale”, ha avuto il merito di rendere visibile ciò che spesso oggi si tenta di relativizzare: il divario strutturale di potenza fisica tra uomini e donne nello sport d’élite.
La numero uno del ranking WTA ha perso 6-3 6-3 contro un giocatore fuori dai radar del circuito maschile (numero 671 ATP), praticamente inattivo agonisticamente da oltre un anno, e lo ha fatto nonostante correttivi pensati per riequilibrare la sfida, come la sua metà campo ridotta del 9%.
Questa ovviamente non è una colpa né un fallimento individuale. È semplicemente qualcosa che oggi sembra metafisica o offesa di genere: fisiologia, biologia, scienza. Ciò va detto senza giri di parole, perché da qui discende una questione cruciale per l’equità sportiva. Lo sport agonistico è fondato sulla categorizzazione: età, peso, sesso, disabilita. Non c’entrano un fico secco le ideologie, le categorie sportive sono divisioni costruite con l’unica finalità di garantire competizioni giuste. Il tennis, come molte altre discipline, separa uomini e donne perché i loro corpi producono livelli diversi di forza, velocità, potenza esplosiva e resistenza. E l’esibizione Sabalenka–Kyrgios ha mostrato questa realtà in modo incontrovertibile: una delle atlete più potenti della storia recente del tennis femminile, al massimo della carriera, contro un uomo lontano dalla forma e dalla classifica.
È alla luce di questi dati che l’idea (sempre più accreditata negli ultimi anni ma che ha subito una forte battuta d’arresto con la rielezione di Trump) di introdurre atlete transgender nelle competizioni femminili diventa problematica. Non per una questione identitaria o morale, ma meramente tecnica. Chi ha attraversato una pubertà maschile porta con sé vantaggi fisici duraturi. È vero che alcuni iterventi ormonali possono ridurre alcune differenze, ma non possono cancellare il divario che la biologia apporta. Ignorare questa verità significa chiedere alle atlete nate femmine di competere in condizioni sfavorevoli, vanificando anni di allenamento e sacrifici, fino a scomparire definitivamente dai record, dai podi e forse dalle competizioni agonistiche (considerato quante transgender farebbero carriera sportiva dopo aver assaggiato il possibile successo).
Bisogna smetterla di vedere nello sport uno squallido laboratorio sociale dove “provare” soluzioni inclusive arcobalenose. Le sportive, così come gli sportivi, fanno immensi sacrifici per diventare professioniste e vivere grazie alle discipline per cui si allenano per anni. Non introdurre una classe transgender e includerle nelle categorie femminili significherebbe demolire lo sport. Basta vedere cosa è successo negli States con Lia Thomas, una trans nuotatrice americana che ha potuto competere nelle categorie femminili e ha fatto incetta di record, bruciando qualsiasi primato delle sue rivali. Fortunatamente, l’Università della Pennsylvania nel luglio scorso ha cancellato i suoi record, ripristinando i precedenti dopo le grandi polemiche dei movimenti femministi.
Ma questa vicenda ci insegna che oggi lo sport, così come tanti altri settori della società, è a rischio per mere farneticazioni politiche.
Alessandro Bonelli, 29 dicembre 2025
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