Sette vite

La rivelazione dell’amico di Trump: “L’ho invitato a cena con Maroni e…”

George Guido Lombardi, romano di nascita e newyorkese d’adozione, si racconta al podcast "Sette Vite". Uomo d’affari, consulente politico e amico di lunga data del presidente Usa

«Quella che sto vivendo è la vita che volevo? Assolutamente sì». Così comincia la chiacchierata con George Guido Lombardi, romano di nascita e newyorkese d’adozione. Uomo d’affari, consulente politico e amico di lunga data di Donald Trump. Un personaggio che, dietro le quinte, ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella costruzione del consenso digitale dell’ex presidente americano.

Lombardi racconta di essere cresciuto “Romano de Roma, a Cristoforo Colombo, proprio di fronte alla nostra Giorgia”, e di aver lasciato l’Italia a 21 anni, “perché qui non si poteva vivere”. Negli Stati Uniti ha costruito la sua fortuna nell’immobiliare, fino ad acquistare un appartamento nella celebre Trump Tower. È lì che, quasi per caso, è iniziata un’amicizia durata un quarto di secolo: «Ho cominciato a conoscere questo tipo biondo che stava lì nell’ascensore, e così abbiamo sviluppato un’amicizia solida da venticinque anni».

Un ascensore, due piani di differenza — Trump al 66°, Lombardi al 63° — e un destino che si incrocia. Ma il vero punto di svolta arriva nel 1995, quando Lombardi organizza un cocktail a casa sua per accogliere l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. «Decisi di invitare anche Trump, il vicino di casa. Venne in smoking, elegantissimo. Da quel momento cominciò a prendermi sul serio». Da lì, il passo verso la politica è breve. Quando nel 2015 Trump decide di candidarsi alla presidenza, Lombardi gli propone un’idea allora rivoluzionaria: fare campagna sui social network. «Gli dissi: ti aiuto, ma da fuori. Non voglio far parte ufficialmente della macchina del partito. E lui mi chiese: “Cosa vuoi fare?”. Gli risposi: “Ti faccio i social”». Nasce così una rete parallela di centinaia di gruppi Facebook, costruiti non su base geografica ma per interessi comuni. «Il primo grande successo fu il gruppo delle infermiere. Mi dissero: noi vediamo la vita e la morte ogni giorno, abbiamo un legame che nessuno può capire. E quando una di noi dice che una cosa è importante, tutte ci muoviamo insieme». Poi arrivano i motociclisti, veterani e poliziotti: «Trump parlò a un raduno di 400mila biker. Il giorno dopo il gruppo passò da duemila a trentamila iscritti. In una settimana arrivò a duecentomila».

Lombardi rivendica di aver finanziato di tasca propria quella macchina digitale: «Pagavo tutto io. Trump mi disse solo grazie». Eppure, da quell’intuizione, nasce una delle armi più potenti della politica contemporanea: la mobilitazione dal basso attraverso le community.

Oggi Lombardi continua a seguire la politica americana, ma guarda anche all’Italia. «C’è una sintonia vera tra Trump e Giorgia Meloni — racconta —. Entrambi hanno combattuto per arrivare dove sono, entrambi hanno rischiato. È come tra due commilitoni che si riconoscono». E quando si parla di fascismo, Lombardi è netto: «Mi fa ridere chi parla di ritorno al fascismo. Oggi c’è una destra sociale, moderna, che non ha nulla a che fare con il ventennio. Qualcuno sarà nostalgico, ma il fascismo non esiste più».

Il filo rosso che lega Trump e Meloni, secondo Lombardi, è la lotta “contro la disonestà e la corruzione, le vere forze del male”. E in questo, dice, «mi riconosco pienamente. Sono un anticomunista, ma anche un proletario: capisco chi lavora per 1.200 euro al mese».

Un romano a New York che, con un’idea nata “nell’ascensore del potere”, ha cambiato per sempre il modo di fare politica.

La puntata completa è su youtube

 

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