
Dopo 50 giorni la rivoluzione dolce di Papa Leone è iniziata senza clamori, ma con la precisione di un bisturi, con alcuni centri di potere – come la Comunità di Sant’Egidio – subito ridimensionati. E Francesco è ormai un’eco lontana, con un flusso sempre più debole di fedeli a Santa Maria Maggiore. Il vento è cambiato, e un refolo soffia forse anche verso Venezia. Così Prevost potrebbe favorire il ritorno di Pietro Parolin in laguna. Certo, con i tempi della Chiesa. Dopo anni da Segretario di Stato, durante i quali ha dovuto far fronte alle intemperanze di Bergoglio, per lui si profilerebbe, se lo vorrà, un’uscita dorata: è in pole position per il patriarcato di Venezia. Un commiato “serenissimo”, perché forte è il suo rapporto personale con Leone.
Tuttavia, se una volta da Patriarca di Venezia si diventava Papa, oggi da Papa in pectore ci si ritrova Patriarca. E, se verrà – come sembra – rispettata la tradizione, Prevost pensa di sostituirlo con monsignor Gabriele Giordano Caccia, milanese, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Con l’uscita di Parolin, il Pontefice può iniziare a ridisegnare la Curia e la Segreteria di Stato, mortificate da Francesco con cardinali, nunzi e prefetti nominati solo se a “targa” bergogliana. Il 24 maggio, al suo primo incontro con i dipendenti vaticani, Leone XIV ha detto: «I papi passano, la Curia rimane». A sorpresa, finalmente – anche per alleggerire il grande lavoro di monsignor Leonardo Sapienza – dopo la forzata rimozione da Prefetto della Casa Pontificia di Georg Gänswein, uomo ombra di Papa Ratzinger, Leone è intenzionato a interrompere la vacatio e nominare l’attuale nunzio apostolico in Italia, l’arcivescovo Petar Rajic, 66 anni, nato in Canada da genitori bosniaci.
Già nelle prossime settimane sarà chiamato a sciogliere altri nodi delicatissimi: il primo atto riguarda il Dicastero per i Vescovi, dove si attende il nuovo Prefetto. Secondo voci interne, la prima fila, ex aequo, è occupata da monsignor Luis de San Martín, agostiniano come il Papa, oggi sottosegretario al Sinodo, e dal cardinale Luis Antonio Tagle, che lascerebbe vacante la casella di Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione. Dalle riflessioni emerse durante le Congregazioni generali – incoraggiato da due cardinali giuristi, suoi grandi elettori, come Burke e Versaldi – Prevost ha raccolto diverse “suppliche”. La prima è certamente il ritorno alla più intransigente trasparenza nella giustizia vaticana, mettendo un de profundis all’allegra e scanzonata gestione del processo Becciu, dove damazze, investigatori e segreti si sono intrecciati nel nome di un Papa ormai stanco e vulnerabile. L’appello contro la condanna di Becciu è fissato al 22 settembre, e ci si può attendere di tutto.
Parlando più “terra terra”, intanto, torneranno, per così dire “a piede libero”, fuori dalle Mura, gli uomini della Gendarmeria vaticana che condussero le indagini contro Becciu: tra loro il commissario Stefano De Santis, oggi al centro di un’inchiesta interna che si preannuncia clamorosa. Un’altra istanza è anche una trasparenza senza proclami nelle spese correnti, e Castel Gandolfo ne è il simbolo ferito. Quella che per secoli fu la residenza privata dei Pontefici – rifugio spirituale, luogo di preghiera, morte e salvezza – è stata trasformata, nel silenzio generale, in un ibrido di museo, vigneto industriale e magazzino di materiali di scarto. Nel buen retiro dei Castelli Romani hanno distrutto la piccola vigna dei Papi, ricavata secoli fa tra i filari della storia, per piantarne una nuova, più grande, più redditizia – se vogliamo, più ordinaria – a scapito di una parte secolare di giardino, boscaglia e fauna autoctona.
Castel Gandolfo non era solo un luogo, ma una geografia dell’anima della Chiesa. È lì che morirono Pio XII e Paolo VI. Sempre lì, durante l’occupazione nazista, furono salvate migliaia di famiglie ebree, protette dal silenzio e dalla coscienza cristiana. E fu proprio Pio XII a offrire la sua camera da letto, trasformata in sala parto, per far nascere quei bambini che i nazisti avrebbero voluto cancellare. Si è predicato il ritorno all’essenziale e si è finiti per saccheggiare la memoria. C’è chi indica i responsabili: il cardinale Fabio Baggio, la “zarina” suor Alessandra Smerilli e la Fondazione Laudato Si. Suor Smerilli, figura chiave della rete economica vaticana, è anche al centro della commissione per il fundraising, diretta da monsignor Roberto Campisi, bergogliano di ferro e personaggio molto discusso. La salesiana Smerilli, che abita in un lussuoso appartamento, e il siracusano Campisi sono scherzosamente soprannominati «la strana coppia».
A loro si aggiunge il laico spagnolo Maximino Caballero Ledo, alla guida della Segreteria per l’Economia, molto criticato per il suo stile aziendalista, in contrasto con i valori cristiani. E resta l’ombra lunga del gesuita Juan Cruz Villalón, regista delle nomine più controverse dell’ultimo decennio: da Andrés Gabriel Ferrada Moreira a Ilson de Jesus Montanari. Leone XIV eredita una Curia sospettosa e spezzettata, attraversata da cerchie ristrette, dove i cosiddetti “sicari di Santa Marta” sono cresciuti all’ombra della fedeltà personale. Saprà recidere questi legami? Proprio il Dicastero per l’Evangelizzazione, tuttora formalmente presieduto dal Pontefice stesso, è diviso in due sezioni – guidate rispettivamente dal cardinale Luis Antonio Tagle e da monsignor Rino Fisichella – che non hanno mai effettivamente collaborato.
Tagle è stato declassato da Prefetto dell’ex Propaganda Fide a Pro-Prefetto, mentre Fisichella, come Pro-Prefetto della Sezione per il Nuovo Annuncio, ha ricevuto tre anni fa da Papa Francesco la lettera di incarico per l’organizzazione del Giubileo del 2025. Ma proprio il Giubileo, che doveva essere il grande evento ecclesiale dell’anno, rischia ora di trasformarsi in un clamoroso boomerang, con la complicità anche della Presidenza del Consiglio che – disattendendo le promesse fatte alla Santa Sede – non ha designato come Commissario Straordinario Giancarlo Cremonesi, già presidente della Camera di Commercio.
Nel frattempo, tra le Mura, cresce l’imbarazzo per l’ascesa-lampo di Renato Tarantelli Baccari, vicegerente del Vicariato dal momento che le sue mosse amministrative suscitano perplessità e parecchi malumori nel clero romano. Ma non è solo questione di nomi. In gioco c’è la credibilità della Chiesa e la possibilità, per Leone XIV, di restituire alla Curia la sua vocazione di servizio. Se davvero «i papi passano e la Curia rimane», è tempo che chi rimane impari a servire. E chi guida, finalmente, osi governare.
Luigi Bisignani per Il Tempo 29 giugno 2025
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