La “rivoluzione proletaria” coi soldi

In difesa dell'occupazione abusiva di Leoncavallo sono scesi in piazza diversi artisti dal buonismo progressista

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leoncavallo bisio

Sin da quando ho l’età della ragione mi sono accorto che buona parte dei personaggi del mondo dello spettacolo, soprattutto quelli che hanno ottenuto molta fama e altrettanti quattrini, tende a schierarsi con le idee e i partiti cosiddetti progressisti. Ho sempre pensato che tale inclinazione nei riguardi della variegata cultura politica di sinistra avesse in genere, almeno nella maggioranza dei casi, un retroterra piuttosto semplicistico. Un retroterra probabilmente sviluppato da ragazzi e che, in estrema sintesi, si fonderebbe sul presupposto secondo cui vi sarebbe una superiorità valoriale, dunque morale, della stessa sinistra rispetto ad altre culture politiche.

Ciò, sempre in questa visione assai manichea, porterebbe ad identificare il progressismo politico come l’essenza della cultura politica del bene. Da qui le vari declinazioni di detta cultura, una delle quali sfociò durante la cosiddetta prima Repubblica nella creazione di una delle più suggestive balle, recentemente ripresa dal M5s, che alimentò la crescita del Pci, ossia del più grande partito comunista d’Occidente: l’idea che l’onestà e la rettitudine fossero una prerogativa esclusiva di una ben definita parte politica.

Infine, a strutturare nel tempo una sorta di buonismo progressista nella testa di tanti fortunati e ricchi artisti vi è una certa propensione, derivante anche dal loro egocentrismo, ad analizzare in modo superficiale e frettoloso le questioni socialmente e politicamente più rilevanti, presi come sono a salire le faticose e irte di ostacoli scale del successo. Sta di fatto che, una volta raggiunto l’agognato successo e riempiti i loro personali forzieri, questi piccolo paperoni dello spettacolo pensano bene di investire un po’ del loro tempo nel sostenere con le chiacchiere le cause che essi ritengono più nobili, in modo da dimostrare all’esterno la loro grande e infinita bontà: dalla cancellazione del debito terzo mondo alle battaglie green portate avanti dai gretini, dal riconoscimento dello Stato palestinese e, di questi giorni, alla vibrata protesta contro il sacrosanto sgombero del Leoncavallo.

Ebbene, Claudio Bisio mi sembra aderire quasi perfettamente a tale modello di artista anima bella. Senza riportare per intero il suo comizietto in difesa degli abusivi del Leoncavallo, è sufficiente questa sua frase per comprendere lo spessore del personaggio: “Sono qui per una presa di posizione sociale, ma anche politica: spazi come il Leoncavallo vanno difesi, lo sfratto è stato ridicolo”. Ora, senza voler troppo calcare la mano sul fatto che lo Stato italiano, alias ignoto contribuente, ha dovuto risarcire con tre milioni di euro i proprietari dell’immobile okkupato abusivamente dai compagni, che secondo Bisio, non sbagliano, bensì fanno solo cultura, vorrei solo ricordare al popolare attore e conduttore piemontese – anche se milanese di adozione – che ad un certo Martin Luther King venne attribuita la seguente frase: “La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”.

Un concetto che era ben presente nella filosofia di Immanuel Kant, il quale scrisse: “Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)”.

In questo senso, l’esproprio proletario difeso e auspicato dalle anime belle del calibro di Bisio sembra violare palesemente questo fondamentale principio di civiltà. Ma probabilmente fare la rivoluzione proletaria coi quattrini e i beni degli altri è sempre uno sport molto facile da praticare in certi ambienti dello spettacolo.

Claudio Romiti, 9 settembre2025

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