La sinistra affonda tra cafoni, grillini e incandidabili

De Luca attacca Fico, Lucano squalificato dalla Severino, Schlein senza bussola. La sinistra è un ring permanente: mancano solo i popcorn

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Cronaca Italia 2 - lucano de luca

Sogna di guidare l’Italia ma avrebbe difficoltà anche a guidare un condominio. Litigiosa, piena di contraddizioni, senza futuro: la sinistra si conferma per quello che è sempre stata, con una dose di arroganza in più. Nel giro di poche ore si sono aggiunte altre magagne, dall’incandidabilità di Mimmo Lucano in Calabria alle stoccate di Vincenzo De Luca a Roberto Fico. Sintomi di una fazione politica in crisi di identità e in crisi di idee.

Lucano incandidabile

Partiamo dal paladino dei migranti. Domenico “Mimmo” Lucano, sindaco di Riace ed europarlamentare di Avs, non potrà candidarsi alle prossime regionali in Calabria. Le commissioni elettorali dei Tribunali di Reggio Calabria e Cosenza lo hanno dichiarato incandidabile, depennandolo dalle liste della sua coalizione sia nella circoscrizione nord che in quella sud. Alla base della decisione c’è la condanna a 18 mesi per falso nel processo “Xenia”, legato alla discussa gestione dell’accoglienza dei migranti a Riace. La sentenza – definitiva – fa scattare automaticamente la Legge Severino, che impedisce la candidatura a chi ha riportato determinate condanne penali.

I legali di Lucano, Andrea Daqua e Giuliano Saitta, hanno presentato ricorso alle Corti d’appello di Reggio Calabria e Catanzaro, chiedendo il reinserimento del loro assistito in lista. Ma la situazione giudiziaria non gioca a favore dell’ex “sindaco modello” tanto caro ai salotti della sinistra radicale. Un caso simile si era già verificato il 1° luglio, quando il Tribunale di Locri aveva accolto un ricorso della Prefettura di Reggio Calabria, dichiarando la decadenza di Lucano da sindaco sempre sulla base della Severino. Anche in quel caso, il motivo era la condanna per falso. L’appello su questo fronte è atteso a gennaio, ma intanto Lucano resta formalmente in carica, in attesa del passaggio in Cassazione.

Lucano, da parte sua, legge la vicenda come l’ennesimo tassello di un accanimento che dura da anni: “C’è un filo conduttore che inizia tanti anni fa con la vicenda penale, continua con la decadenza e la legge Severino e si conclude con l’epilogo per le regionali”, ha dichiarato dopo la decisione dei tribunali. E ha aggiunto: “Questa situazione un po’ mi spegne l’entusiasmo ma continuerò a sostenere con fortissima convinzione la lista di Avs e il candidato presidente Tridico. Per la prima volta siamo tutti uniti ed è una speranza per la Calabria. Andiamo avanti comunque”.

A difendere Lucano scende in campo anche Fernando Pignataro, segretario regionale calabrese di Sinistra Italiana, che definisce la vicenda “contraddittoria”. “In un primo momento, da Cosenza non erano stati mossi rilievi – spiega – salvo un ripensamento di oggi, anche se i giudici hanno escluso l’abuso di potere previsto dalla Severino”. Secondo Pignataro, la vicenda avrebbe un “profilo politico”: “Di sicuro siamo fieri di avere un capolista che è un uomo delle istituzioni e rappresenta l’Italia all’Europarlamento”. Insomma, mentre la giustizia parla chiaro, la sinistra continua a difendere Lucano, elevandolo a simbolo. Anche se, a quanto pare, il “modello Riace” non resiste al confronto con la legge.

De Luca spara a zero su Fico

Vincenzo De Luca non le manda a dire. Ospite de L’aria che tira su La7, il governatore uscente della Campania si è lasciato andare a uno show in pieno stile De Luca, tra stoccate, sarcasmo e attacchi frontali al Movimento 5 Stelle e soprattutto al suo stesso partito, quel Pd che ormai lo tiene sempre più ai margini. Nel mirino c’è soprattutto la candidatura di Roberto Fico alla presidenza della Regione, annunciata ieri con grande enfasi da Pd e Cinque Stelle. Ma De Luca, come da copione, ha fatto capire subito cosa ne pensa: “Mi sono commosso, devo dire la verità. Non ho capito bene chi era l’ufficiale d’anagrafe che ha certificato tutta questa roba. Comunico la mia commozione. Se il buongiorno si vede al mattino… buonanotte. Dalle prime dichiarazioni che ho ascoltato mi pare che siamo di fronte a un percorso molto tormentato”.

Una stilettata al grillino di lungo corso, che però è solo la prima di una raffica. De Luca parla di un percorso mal impostato, dove si è fatto tutto al contrario: “Conte aveva detto: prima discutiamo dei programmi, poi dei nomi. Ieri c’è stata una fuga in avanti, hanno fatto tutto il contrario, prima i nomi e poi i programmi. E non va bene perché questa è politica politicante, non politica fatta di dignità e di serietà. Ho sentito tante banalità”. Nessun veto formale, assicura il governatore, ma le parole sono chiarissime: “Io non stoppo nessuno, dico solo quello che penso”. E infatti rincara la dose contro Fico, ironizzando sulla retorica grillina legata alla povertà: “Abbiamo scoperto la povertà: a questo nostro amico ricordo che in Campania abbiamo le politiche sociali più avanzate d’Italia. Forse non è informato. Non aspettavamo Fico per ricordarci della povertà. Ripeto non faremo porcherie clientelari”.

Il bersaglio più facile, però, resta la dirigenza nazionale del Partito Democratico, che da tempo lo considera una voce scomoda e ingombrante, tanto da escluderlo sistematicamente dagli eventi ufficiali del partito. De Luca non fa sconti: “Da sempre i dirigenti nazionali non mi invitano mai alla Festa dell’Unità. Anche quest’anno hanno mantenuto la linea coerente della cafoneria nazionale”. Infine, non manca la difesa del figlio Piero, sempre più al centro del dibattito interno al Pd campano come possibile nuovo segretario regionale. Anche in questo caso, il governatore punta il dito contro le ipocrisie del partito: “Per i cafoni pesa che si chiami come me. Per le persone civili no. Deve essere valutato per quello che è. È un modo ipocrita per non pronunciarsi mai nel merito delle persone”.

Un’alleanza traballante

Che cos’è oggi la sinistra italiana? Un’armata Brancaleone divisa su tutto, tranne che su una cosa: il diritto di litigare. Su lavoro, su Gaza, sull’Ucraina, sul nucleare, sui rigassificatori, persino su Roberto Fico. Un giorno si inneggia all’unità, il giorno dopo ci si accoltella in diretta tv.

Il Partito Democratico vive in una crisi d’identità perenne: parla ai giovani ma si regge sulle correnti di ex funzionari e segretari demotivati. Schiaccia l’occhio ai centri sociali, ma poi in Europa vota con Macron e von der Leyen. E poi ci sono gli alleati. Conte detta la linea sull’ambiente, Fratoianni lo smentisce il giorno dopo. Bonelli è contro la NATO, mentre Elly Schlein preferisce non parlarne proprio. L’unico collante sembra essere l’odio per la destra e il culto della rassegna stampa.

Nel frattempo, la sinistra predica inclusione e poi fa le pulci persino ai nomi dei candidati (“troppo maschi”, “troppo bianchi”, “troppo vicini a De Luca”). Si riempie la bocca di diritti civili, ma dimentica il lavoro e l’economia reale. Si riunisce per “tavoli” infiniti, ma poi ogni leader esce con la propria linea e un comunicato stampa in tasca. Incoerente, litigiosa, autoreferenziale. Se la sinistra vuole tornare a contare qualcosa, dovrebbe cominciare a farsi pace tra sé stessa. Ma forse è troppo impegnata a cercare il prossimo nemico interno.

Franco Lodige, 9 settembre 2025

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