
Poco meno di due settimane fa, Milano ospitava il Pride. La consueta parata per i diritti LGBTQIA+ ha visto scendere in piazza decine di migliaia di persone, tutte unite per ribadire concetti cardine di una società democratica (seppur esasperati dai toni irriverenti e carnevaleschi della manifestazione): i diritti sono universali, non esistono amori di serie A e di serie B, una società democratica si basa sul rispetto delle diversità.
Bene, bravi, bis.
A distanza di pochi giorni, però, la stessa città è diventata teatro di uno spettacolo raccapricciante, di un momento di segregazione triste e da alcuni tollerata nel nome del rispetto religioso e multiculturale.
Il 6 luglio, circa 1 300 fedeli musulmani sciiti hanno attraversato il centro cittadino per la celebrazione dell’Ashura, rituale commemorativo della morte dell’Imam Hussein. Come avvenuto anche per le celebrazioni per la fine del Ramadan, le donne sono state segregate in un’area delimitata da un nastro (e in alcuni punti un telo nero), separate dagli uomini. Un “recinto” che contrasta frontalmente con l’anima della città dell’arcobaleno, del femminismo intransigente e dell’inclusività.
L’episodio è dunque l’ennesimo emblema di una discontinuità stridente tra la Milano che celebra la parità di genere nei Pride e quella che legittima la segregazione religiosa delle donne in nome del rispetto dell’Islam. Le istituzioni e la sinistra urbana hanno mantenuto, di fatto, un silenzio imbarazzato, laddove ci si aspettava una coerente presa di posizione femminista, o quantomeno laica.
Questa dissonanza solleva interrogativi profondi sull’autenticità dell’inclusione cittadina: se i diritti valgono solo a seconda del contesto, che tipo di progresso stiamo realmente costruendo? La contraddizione appare allora strutturale, segno di un relativismo interpretativo che fa delle libertà un principio parziale. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: non è che la sinistra sorride e presenzia ai Pride, conscia di avere lì una base elettorale, e poi fa finta di niente e strizza l’occhio anche all’Islam radicale per cercare lì nuovi consensi?
Occorre infine che Milano si interroghi su se stessa: può una metropoli definirsi all’avanguardia se permette una libertà solo a determinate fasce di cittadini?
L’esempio del recinto dovrebbe far tremare la narrazione ufficiale delle istituzioni cittadine: il tema non è la proliferazione del multiculturalismo in quanto tale (cosa che avviene sovente con il benestare di quasi tutti, vista la quantità di luoghi di culto e di centri culturali islamici) bensì la sua modulazione in contrasto con i valori cardine della società occidentale, la nostra. Solo recuperando una coerenza valoriale, che non abbia zone franche né eccezioni, Milano può smetterla di essere la capitale dell’incoerenza che è oggi.
La sfida è quella di bilanciare i diritti e le libertà della nostra società con il multiculturalismo da cui ormai siamo circondati, affinché la voglia di recintare qualcuno possa essere prontamente redarguita e non avallata o, peggio, rispettata e condivisa.
Alessandro Bonelli, 8 luglio 2025
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