La verità è che non ci libereremo mai del woke. Neanche se muore. Neanche se moriamo. Perché il woke si rinverdirà in peggiori gramigne. Perché il woke è psicopatico. Perché il woke è sinistra e sinistra è woke. Sinistra idiota. Woke è essere spocchiosi dai tunnel della propria ignoranza. Woke è “studiah!” e mettere sei strafalcioni in un X. Woke è la morale cubista. Woke è denunciare la censura (a sproposito, ad minchiam, tipo Report) e insieme praticarla. Woke è additare la violenza, paceh paceh, è insieme praticarla perché la violenza “giusta” ci serve, ci appartiene, ce l’ha insegnato Carlo Marx. Woke è la follia che distrugge la logica, se un uomo si sente donna allora è donna e lo mandiamo fra le donne così le violenta meglio e dopo diamo la colpa al patriarcato. Woke è “abolire” la statua di Lincoln, lo Stabat Mater, le cascate del Niagara. Woke sono le parole nuove, i neologismi da scemi. Woke è fiumi di parole, anzi parole dal fiume al mare, per dire niente e il contrario di niente, l’ipocrisia woke di chi si contraddice per aver sempre ragione. Woke, grondante woke, terribilmente woke, è una tappezzata di parole, vane parole, cupe parole, strambe parole, dallo Stefano Feltri su Substack, perché purtroppo le piattaforme nuove subito vengono colonizzate dai wokisti, per dire… per dire… non lo so, io e non penso solo io non ci ho capito un cazzo, è una brodaglia oltre l’incomprensibile, comunque, a spanne, nella nebbia di chi scrive male perché pensa male, sarebbe che il woke è morto, abbasso il woke perché il woke è di destra.
Oh santamadonna! Dovevamo arrivarci, eh? E ci siamo arrivati. Siccome il woke è un disastro in tutti i sensi, a partire da quello economico, è colpa della destra, è di destra. Perché, di passata, vedete, il woke è come diceva Gordon Gekko, soldi, il resto è conversazione; il woke, per dirla con Bob Arum, “non è mai per soldi: è sempre per soldi”. Cioè l’unico vero dio, il vello d’oro, che muove la sinistra e l’altre stelle, questa ideologia invidiosa per cui, come raccontava Woody Allen, i compagni illuministi fecero la rivoluzione e subito cambiarono le serrature dei palazzi reali. Stefano Feltri è, disciamo, il vettore, che riporta certa Martina Bagnoli, wokissima fin dall’autodefinizione, “Museum director and passionate advocate fort the huaminities in the digital age”. Tutto il woke in due righe.
Diffidare sempre delle “advocates” così di moda, sciaguratamente, in questo periodo (e diffidate anche dalla imitazioni). Insomma cosa dice questa museum and passionate advocate? Nella selva oscura di concetti senza costrutto, che “serve interrogarsi su cosa è andato storto tra i progressisti, come fa la filosofa Susan Neiman” (bona, quella…). Perché woke è anche la catena di sant’Antonio delle citazioni, che offre un duplice benefit: l’ha detto lei/lui non l’ho detto io; e io cito gente che voi non conoscete perché sono colto io, mica come voi (e quindi ti devo leninisticamente guidare, massa informe). E vabbè: che dice dunque sta Susan Neiman riportata dalla passionate advocate Bagnoli segnalata dal passionate journalist Feltrino? Che “le teorie woke, pur partendo da buoni propositi (ma che stai a dì?) e dalla volonta di decolonizzare il pensiero (ma che cazzo stai a dì?), sono state esse stesse decolonizzate da ideologie appartenenti alla destra e che ora minano le libertà fondamentali (ma se po’ sentì? Questa è la stronzata più grossa da quando l’omo inventò er cavallo, e siccome sono colto non mi vanto della citazione che vi invito a individuare).
Se po’ sentì quarcheccosa de più woke? La tesi, più spericolata della vite e mascherine di Vasco Rossi, viene eretta su un alluvionale intervento che ve lo dovete leggere, ma tanto non ci riuscirete mai, essendo sani di testa. Alla brutta, ecco: il woke è demenziale quindi appartiene alla destra. Ah, comodo così. Venticinque, trent’anni di stronzate woke che da sinistra pretendevano di colonizzare il pensiero “decolonizzandolo”, e adesso è colpa di Trump. E di Meloni. Eccomeno! Scelgo un passaggio come fior da ortiche: “Ne è un esempio perfeto la mania di privilegiare le voci delle vittime come uniche testimonianze che abbiano autorità morale. Neiman lamenta che si è passati dalla celebrazione di chi ha fatto qualcosa (eroi) a quella di chi ha subito qualcosa (vittima). Ma essere vittima di per sé non rende onori, come ebbe a dire Jean Amery, scrittore austriaco e sopravvissuto i campi di concentramento. Invece il vittimismo è diventato una sorta di competizione olimpica dove vince il più lamentoso, atteggiamento questo scippato dalle destre globali. Basti ricordare Trump, che combatte in nome dei diseredati MAGA contro non meglio specificati poteri forti, o contro il pensiero unico, mentre la sfiducia nelle istituzioni (viste solo come oppressive) rende facile il loro sovvertimento”.
Cari Neiman, Bagnoli, Feltrino: questa è la sagra della porchetta verbale (e verbosa), una accozzaglia di strafalcioni sociopolitici. E di menzogne. Se essere vittime di per sé non rende onori, come spiegate la mitizzazione, tutta woke, di sinistra, del delinquente purchessia? Tipo il mafioso marocchino abbattuto da un agente al bosco di Rogoredo, subito adottato dalla sinistra woke in fama di vittima farabutta, ovvero l’eterna attrazione fatale della sinistra? Qui la sinistra psicopatica crea come sempre la crasi: vittima – eroe. Laddove una vittima non di sinistra, come il polemista Kirk, viene irrisa in toni volgari, tipo quei poveracci che si masturbavano, li ricordate?, all’idea che quel balordo fascista fosse stato sparato in gola. Ancora: è vera la storia del vittimismo olimpico, ma questa, per lo meno in Italia, e questo assurdo intervento va evidentemente inteso in riferimento alla situazione italiana, il vittimismo davvero non ha colore, è la ultraideologia che unisce e sovrasta tutte le altre: una ideologia qualunquista, mammona, che sfocia nel grido eterno, “Siamo stufi, signor Presidente!” (c’è sempre un presidente monarca al quale appellarsi) e io, per dire, l’ho sentita recitare le infinite volte ai convegni di sinistra, con parenti di vittime in servizio permanente effettivo di sinistra, e via discorrendo.
La logica poi dei poteri forti, o istituzioni percepite esclusivamente oppressive, è semplicemente una articolazione di questo atteggiamento da anarcoidi intruppati: le istituzioni in Italia, vengono identificate coi poteri forti e funzionano da capro espiatorio per qualsiasi nefandezza personale, piccola o grande, e questo è un atteggiamento condiviso dal qualunquismo di destra e dall’opportunismo di sinistra; c’è però un presupposto: le istituzioni effettivamente si comportano da poteri forti, poteri prepotenti: fa parte della sottocultura italiana per cui il posto pubblico, ottenuto regolarmente dietro raccomandazione, si traduce in riverbero di quel privilegio e quindi arroganza, oppressione verso il cittadino plebe che, dall’altra parte del vetro, è tenuto solo a subire (oggi la situazione è apparentemente un po’ migliorata, non sempre, per quanto riguarda i modi, una sorta di correttezza formale, piuttosto woke, che tuttavia non inficia la sostanza storica di un potere verticale che resta oppressivo in quanto autoreferenziale. Senza dover scomodare per forza Foucault).
Ecco, Foucault: solo uno dei millemila nomi e autori chiamati in causa a sostenere questa tesi insostenibile e strampalata. Altro vecchio vizio della sinistra, che è un pleonasmo ma lo usiamo per rafforzare l’analisi. Qui davvero si va in derapage tra Beccaria ai filosofi dei Lumi, dall’immancabile Schmitt (ah, che schifo!) Dawkins, Hobbes, a chi vi pare, non manca nessuno, a spasso fra bestialità concettuali, “la cattiveria è di destra” e semantiche come “il posizionalismo” che è purissimo woke distillato. La cattiveria è di destra? Invece i flotilleri comunisti davanti alle scuole che incitano al 7 ottobre e ridono dei 30mila morti in 72 ore in Iran, la mattanza perfetta, insuperabile, fate voi il conto dei morti trucidati al minuto? Ancora una piccola cosa, il “sovvertimento”, ahinoi, delle istituzioni non l’hanno inventato gli esaltati trumpiani vestiti da vichinghi, è roba dell’anarchismo comunista oggi raggrumato nei vari Askatasuna, Leoncavallo e tutti i centri sociali coccolati e sovvenzionati dalle giunte di sinistra. Allora?
Allora, vedessero, l’esubero di citazioni ad minchiam è roba tipicamente woke che, wokisticamente, si risolve in figuracce da cretini, ovvero l’eterogenesi dei fini che parte “dai buoni propositi” e si decolonizza da sola: citare il leggendario bluesman Leadbelly (che si scrive così: non “Lead belly”, bestie wokomuniste!) come pioniere del woke nun se po’ sentì: Feltri con quel faccino woke di sicuro non lo conosce, ma andasse ad ascoltarsi, portandosi pure la passionate advocate, anche solo la straziante Goodnight Irene, quanto di più improponibile nell’estetica woke, possibilmente nella versione originale, integrale, ottima quella rifatta in tempi recenti da Keith Richards; non quella purgata dai censori.
Sono stato prolisso anch’io, me ne scuso, spero almeno non insopportabile come i compagni passionate, ma l’occasione fa l’uomo ladro e anche grafomane, era troppo ghiotta, è un divertimento dare in testa agli psicowoke pentiti che non sanno più dove scaricare la colpa. La loro colpa. Tipo quelli del riscaldamento globale o dell’auto elettrica, che dopo averci spaccato le palle con due decenni di assurdità criminali, culminate in fallimenti annunciati, ci vengono a dire: eh, ve lo dicevamo noi…
Max Del Papa, 31 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


