Pedro Sanchez aveva liquidato la crisi di Ceuta nel giro di 48 ore. Quasi un mese dopo, però, nella città autonoma restano migliaia di migranti, la popolazione è scesa in piazza contro il governo, le forze dell’ordine ricorrono ai lacrimogeni e due ministri si smentiscono pubblicamente sul ruolo dell’intelligence. Soltanto dopo 25 giorni di vacanza il premier ha riconosciuto la gravità della situazione e riunito il Consiglio di sicurezza nazionale. Sistemata la pratica, almeno sulla carta, Sanchez è già pronto a ripartire: destinazione Andorra, insieme alla moglie Begoña Gomez, in un esclusivo albergo a cinque stelle gran lusso.
È l’ultima fotografia di una gestione disastrosa, costruita per settimane sulla rimozione del problema. Il 30 e il 31 luglio oltre 70 mila persone – secondo alcune stime circa 80 mila – hanno attraversato il confine con il Marocco e raggiunto l’exclave spagnola. Un afflusso senza precedenti che avrebbe dovuto imporre una mobilitazione immediata del governo. Sanchez, invece, si è presentato al valico del Tarajal per poche ore, ha parlato di “invasione territoriale” e ha poi fatto ritorno alla residenza della Mareta, a Lanzarote.
Era il 31 luglio. Il premier è rimasto alle Canarie fino al 24 agosto, limitandosi a interrompere brevemente il proprio riposo mentre Ceuta precipitava nel caos. Da Madrid continuavano ad arrivare rassicurazioni: la crisi, secondo la versione ufficiale, sarebbe stata risolta in appena due giorni perché gran parte dei migranti era rientrata in Marocco. Una narrazione travolta dai fatti. Nell’exclave sarebbero rimaste almeno 8 mila persone, tra adulti, giovani e minori, mentre le autorità locali si trovavano a gestire da sole le conseguenze sanitarie, sociali e di ordine pubblico.
A Ceuta la paura ha progressivamente svuotato le strade. Secondo le denunce raccolte sul posto, molti residenti evitano di uscire di casa, mentre negozi e locali lamentano un crollo delle presenze. Le famiglie che ne hanno avuto la possibilità, in particolare quelle con bambini e anziani, hanno preferito trasferirsi temporaneamente nella Penisola. Alle preoccupazioni igieniche per gli accampamenti improvvisati si sono aggiunti gli episodi di criminalità predatoria e le segnalazioni di irregolari armati con coltelli o altre lame.
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Per settimane i ceutí hanno chiesto un intervento del governo centrale. Non ricevendo risposte, sono scesi in piazza al grido di “siamo stanchi” e “il governo ci ha abbandonati”. Una protesta contro l’immobilismo di Madrid e contro il delegato del governo nella città autonoma Miguel Ángel Pérez Triano, del quale sono state chieste le dimissioni. I manifestanti hanno invocato anche il rimpatrio in Marocco dei migranti irregolari ancora presenti sul territorio.
Ad alimentare ulteriormente la rabbia è stata l’indiscrezione sul possibile trasferimento di parte dei migranti nella vecchia caserma Acuartelamiento Coronel Fischer e nell’ex fabbrica di farine. Le due strutture sarebbero state individuate per realizzare centri temporanei destinati all’identificazione e all’avvio delle procedure di rimpatrio. Madrid ha smentito la notizia, ma la precisazione non è bastata a fermare la protesta: il timore dei residenti è che soluzioni presentate come provvisorie finiscano per trasformarsi in sistemazioni permanenti, scaricando ancora una volta l’intero peso dell’emergenza sulla città.
Alcuni manifestanti, avvolti nelle bandiere spagnole e accompagnati da un imponente dispositivo di sicurezza, hanno raggiunto il quartiere periferico di El Príncipe, dove continuano a concentrarsi centinaia di migranti. L’obiettivo era denunciare una situazione considerata ormai “insostenibile” sia sul piano della sicurezza sia su quello igienico-sanitario. Nelle stesse ore la polizia nazionale ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere un assembramento sulla spiaggia di El Trampolín, dove era in corso una distribuzione di alimenti, arrestando anche due attivisti.
La rivolta dei cittadini è soltanto una parte del problema. L’altra si trova direttamente dentro il governo Sanchez, dove è esploso uno scontro sulla mancata prevenzione dell’assalto. Il ministro della Difesa Margarita Robles ha dichiarato in Parlamento che il Centro nazionale di intelligence aveva avvertito le autorità già il 29 luglio, alla vigilia dell’arrivo di massa. I servizi, secondo Robles, avrebbero “svolto il proprio lavoro”, condividendo e analizzando le informazioni con le forze di sicurezza e con la delegazione governativa.
Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska sostiene esattamente il contrario. Per settimane ha giustificato il mancato rafforzamento della frontiera affermando che nessuna segnalazione consentisse di prevedere ciò che sarebbe accaduto. “Non c’era alcun rapporto che preannunciasse l’accaduto del 30 luglio”, ha ribadito, assicurando che qualsiasi allarme sarebbe stato preso sul serio. Né i servizi spagnoli né le intelligence straniere, secondo la sua versione, avrebbero rilevato movimenti anomali oltre il confine.
Robles non ha fatto marcia indietro. Ha precisato che l’avvertimento potrebbe essere stato trasmesso verbalmente, perché “i servizi segreti operano in molti modi” e non hanno sempre bisogno di produrre documenti scritti. Ha poi ricordato che era di dominio pubblico la presenza di persone che stavano cercando di raggiungere Ceuta a nuoto. Il risultato è un cortocircuito istituzionale senza precedenti: il ministro della Difesa sostiene che l’allarme sia stato lanciato, quello dell’Interno assicura di non aver ricevuto nulla.
Le possibilità, a questo punto, sono due. O il governo era stato avvertito e non ha preso le misure necessarie, oppure l’intelligence non si è accorta che decine di migliaia di persone si stavano ammassando a pochi chilometri dal confine spagnolo. Nel primo caso si tratterebbe di una gravissima sottovalutazione politica; nel secondo di un clamoroso fallimento dell’apparato di sicurezza. Sánchez, anziché chiarire, ha lasciato che fossero i suoi ministri ad accusarsi indirettamente davanti all’intero Paese.
Soltanto al termine delle sue lunghe vacanze a Lanzarote il premier ha convocato il Consiglio di sicurezza nazionale e riconosciuto l’esistenza di un’emergenza. Il governo ha istituito un comando unico a Ceuta, destinato a restare operativo fino al 31 dicembre, e approvato un pacchetto di misure urgenti. Provvedimenti che rappresentano una smentita della linea portata avanti per quasi un mese: se la crisi fosse stata davvero risolta in 48 ore, non sarebbe stato necessario dichiarare l’emergenza di sicurezza nazionale quattro settimane dopo.
Sanchez, tuttavia, non sembra intenzionato a rinunciare all’ultima parte del proprio riposo estivo. Secondo quanto rivelato da Abc, appena due giorni dopo le riunioni convocate per correggere la gestione di Ceuta, il premier lascerà nuovamente la Moncloa. Giovedì 27 agosto partirà con Begoña Gómez per un “viaggio privato” e riservato ad Andorra, dove resterà fino a domenica 30. L’agenda presidenziale è stata liberata da ogni impegno.
La coppia soggiornerà allo Sport Hotel Hermitage & Spa di Soldeu, uno degli alberghi più esclusivi del Principato, con camere da 500 a 2 mila euro a notte. Sánchez e la moglie erano già stati nella stessa struttura nell’agosto del 2025, quando sarebbe stato prenotato un intero piano per ospitare gli uomini della scorta e garantire la riservatezza della coppia. Anche questa volta il dispositivo di sicurezza raggiungerà Andorra in anticipo per coordinarsi con le autorità locali.
Le camere, scrive Abc, sarebbero state riservate da settimane, quando le critiche per l’assenza del presidente e per l’inerzia del governo erano già diventate roventi. Sanchez ha scelto comunque di non modificare i propri programmi. Del resto, Andorra è una delle mete preferite dalla coppia: offre percorsi per il ciclismo, sport praticato dal premier, ma soprattutto quella discrezione diventata sempre più preziosa per evitare contestazioni e apparizioni pubbliche.
A Ceuta, intanto, i cittadini chiedono protezione e risposte. Nelle strade restano migliaia di migranti, la situazione sanitaria preoccupa e la tensione ha ormai raggiunto i quartieri periferici. A Madrid i ministri litigano su chi sapesse cosa e su quando lo sapesse. Ma alla Moncloa il calendario delle vacanze sembra l’unica cosa organizzata con largo anticipo. Dopo aver impiegato quasi un mese per riconoscere l’emergenza, Sanchez ha impiegato appena 48 ore per preparare nuovamente le valigie.
Massimo Balsamo, 26 agosto 2026
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