
E tu verrai, lo so, lo dirò ai miei amici.
Annuncerò a tutti che una bontà immensa penetra l’universo.
Lo ripeterò in casa, e poi in ogni incontro, e poi ad ogni creatura.
Che tutti ti sentano padre, ti sappiano madre .
Carissimi, abbiamo vissuto i giorni della Settimana santa e quelli del Triduo pasquale che precedono la Domenica della Risurrezione. La festa di Pasqua è immersa nella luce della primavera, del risveglio della natura in tutti i suoi colori, delle giornate che divengono ogni giorno più lunghe. Per giungere a questa luce – che è quella del Risorto – si deve, però, passare attraverso le tenebre della passione e della morte del Giusto. Tenebrae factae sunt. La luce non elimina la tenebra, così come la tenebra non prevale sulla luce. Proprio sulla certezza che la tenebra non può avere l’ultima parola desidero fermare la mia riflessione nell’occasione della Pasqua.
Non nascondo che avverto in me una viva preoccupazione per il momento che stiamo vivendo, in Italia e nel mondo. Mi ha colpito nel profondo il fatto accaduto a Trescore Balneario: un tredicenne che tenta di uccidere la propria docente, un omicidio pianificato nel dettaglio, compresa la diretta sui social. Mi chiedo come tutto questo sia stato possibile. L’unica spiegazione che posso dare all’evento è l’incapacità di noi adulti di cogliere determinati segnali.
Certamente, a volte, è difficile comprendere determinati segnali, a volte comprendiamo che qualcosa non va, lo segnaliamo, ne parliamo fra noi ma, spesso, la realtà ci sorprende e ci supera, in negativo. Altre volte avviene che non riusciamo proprio a comprendere i segnali di determinate situazioni, in quanto i nostri giovani vivono situazioni che, secondo le nostre categorie di pensiero, non sono minimante ipotizzabili.
Altre volte, ancora, purtroppo, capita che gli adulti siano indifferenti, che girino la testa dall’altra parte, che si comportino come se nulla fosse accaduto. Il nostro sforzo deve allora essere quello di aumentare, se possibile, il livello dell’attenzione, per creare una mentalità che faccia comprendere che la responsabilità che ciascuno ha nei confronti dell’altro passa dalla cura e dall’attenzione, passa dal rifiuto dell’indifferenza, passa dalla delicatezza che diventa la prima forma della custodia dell’altro.
È l’atteggiamento del Servo del Signore, come viene descritto nel primo carme di Isaia: “Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità”.
La proclamazione del diritto con verità del Servo del Signore mi fornisce l’aggancio al contesto internazionale. La preoccupazione cui ho accennato all’inizio nasce proprio dalla consapevolezza che il diritto dei popoli spesso deve fare i conti con gli interessi di alcuni, che la coraggiosa opera di mediazione di alcuni leader è spesso vanificata dal prevalere degli interessi di pochi e, peggio, dalle divisioni e dalle critiche interne.
Talvolta ho come l’impressione che ci accontentiamo della visione e dell’interpretazione dei fatti così come ci viene rappresentata dai canali dell’informazione, senza desiderio da parte nostra di avere un’idea più completa, costruita, approfondita. Così facendo, però, viene meno il nostro ruolo di cittadini onesti, responsabili, interessati al bene comune e alle sorti dell’umanità.
Qual è, dunque, il compito che spetta a noi adulti in una società come quella attuale? Io credo che il nostro dovere sia quello di educare i giovani ad uno spirito di cura, gli uni per gli altri: questo spirito passa dalle scelte quotidiane ispirate a sentimenti di sincero interesse per l’altro. Lo spirito della cura è molto impegnativo perché richiede l’andare oltre i limiti umani che ciascuno di noi inevitabilmente porta con sé. Del resto, chi ha accompagnato il Maestro sino al Golgota? Uno solo dei Dodici, il Cireneo, ma solo perché costretto, Maria, la Maddalena.
Le donne, devo dire, durante tutta la passione di Nostro Signore dimostrano grandissimo coraggio, molto più degli uomini. La stessa moglie di Pilato interviene perché il marito non metta a morte il Nazareno. Questo dobbiamo far comprendere ai nostri giovani: le difficoltà della vita non devono essere un assoluto che ci schiaccia ma un’occasione di realizzazione. Guardiamo a Pietro e a Giuda: la differenza tra i due, a mio avviso, sta nel fatto che Pietro sa attraversare il perdono dopo il rinnegamento, Giuda no, non riesce e, dopo il tradimento, si toglie la vita. Allora dobbiamo dire ai nostri giovani, ma anche a noi adulti, che è possibile sbagliare ma occorre avere l’umiltà del pentimento e la conseguente volontà del cambiamento.
È solo in questa ottica che dalle tenebre si passa alla luce. Voglio citare la famosa predica del giovedì santo del 1958 di don Primo Mazzolari: “Povero Giuda! Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».
In questo spirito di cura, di attenzione, di comprensione, di rispetto, unici strumenti nelle nostre mani per poter cambiare le cose o, almeno, per tentare di farlo, porgo a ciascuno di voi i miei auguri di buona Pasqua, per una reale risurrezione della vita e del pensiero.
Ecco: in danza si è mutato il pianto,
il mantello del lutto in abito di festa.
Un canto mi è fiorito in cuore,
una musica che non si spegne più
Con tanta preghiera,
suor Anna Monia Alfieri, 5 aprile 2026
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