La Stampa, l’imam, gli israeliani: incredibile delirio di Rula

L'assalto al quotidiano torinese manda in tilt gli intellò. E la Jebreal cucina un minestrone di luoghi comuni e distorsioni

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jebreal la stampa

Bel casino han combinato i pro Hamas di Askatasuna e suoi derivati alla poca intellighenzia progressista e di sinistra che non sa come uscirne: se li addita per anagrafe politica è come si sputtanasse da sola perché sono i figli loro, li hanno coccolati, allevati loro e quelli si sono rivoltati, hanno sfondato la redazione del giornale più complice, la Stampa, coprendolo letteralmente di merda; d’altra parte non possono far finta di niente, non fosse che per non giocarsi il capitale del vittimismo strategico, “noi giornale libero che non si fa intimidire”, quando l’immagine plastica di certa libertà sono gli inchini ripetuti di Giannini al cospetto dell’allora ministro Speranza.

Allora non rimane che distorcere la verità, senza rispetto per la serietà: squadristi, li chiamano, senza aggiungere rossi, il colore che ci vuole. Per arrampicarsi sui vetri usano fiumi di parole, penose, imbarazzanti, perché le varie Cuzzocrea e Jebreal, Berizzi, Bottura e millant’altri, tutti, oltre ad essere di mediocrissimo livello per così dire artistico finiscono, fatalmente, per appesantire una prosa già illeggibile con i gravi del bronzo facciale. Non può questa Rula Jebreal, decentemente non può buttare tutto dentro un pentolone fumante luoghi comuni, distorsioni e scemenze, non può darsi solidarietà da sola, perché la Stampa è il giornale dove produce i suoi fiotti filopalestinesi e antisraeliani a prescindere, non può mescolare il “genocidio a bassa intensità di Gaza”, le omertà sul 7 ottobre, Trump, l’aviazione americana nei Caraibi, non può ispirarsi a Mandela e Luther King, ma chi?

Lei non può difendere l’imam “stimato da tutti” in corrispondenza d’amorosi sensi con Hamas, coi Fratelli Musulmani, non può seriamente concedersi e infliggere a chi la legge roba come il fascismo già ricacciato indietro dall’Italia democratica, l’attacco vile alla democrazia (da parte di chi, Rula? Per mano di chi?), la “violenza spirale discendente, spesso usata per giustificare ulteriore violenza”, che se mai a questa stregua è ascendente, progressiva, e comunque chi l’avrebbe mai detto che violenza genera violenza, fino alla “violenza fine a se stessa”, per dire contro il bersaglio sbagliato.

Perché l’ossessione di un tale delirio, che stordisce solo a cercar di seguirlo, è sempre la stessa, delle Jebreal, delle Cuzzocrea: proprio a noi no, ad altri anche sì, con comodo, ma noi non lo meritavamo. Praticamente una ammissione di correità, come in quelle bande del palo che dicono: l’infame ha soffiato, ha tradito. Sulla intorcinata questione Federico Punzi ha scritto su questa testata righe illuminanti e definitive; si potrebbe aggiungere, ad essere proprio carogne, una profonda indicibile verità e cioè che in questi lamenti per il centrato bersaglio sbagliato si scorge in controluce il rimpianto per il mancato bersaglio giusto: ma non potevate, cari figlioli, assaltare invece le redazioni di destra? Garantito che le Rula, le Cuzzo e tutti gli altri non ci avrebbero trovato nessuna spirale discendente, nessuna violenza fine a se stessa, giusta la regola aurea, mai tradita dalla sciocca intellighenzia di sinistra: pestare, sprangare, eliminare un fascio non è sbagliato e non è reato.

“Ciò che si sa” diceva Wittgenstein “si può dire in due parole, su ciò che si ignora è meglio tacere”. Frase dalla fortuna anche superiore a quella che meritava, la verità vera essendo che su ciò che si sa è meglio non tacere, meglio versare fiumi di parole melmose, torbide, trascinate dal fango della cattiva coscienza. Francesca Albanese è un soggetto di cui il Paese farebbe volentieri a meno (invece se la ritroverà sul gobbo come parlamentare o europarlamentare a 5 stelle: è deciso), ma se non altro ha il pregio della sincerità nello squallore: che vi serva di lezione, il “colpirne uno per educarne cento” che non manca mai, che veste bene su tutto. Queste altre colleghe in fanatismo dicono lo stesso identico ma cercano di intorbidare le parole. Perché questa volta è stato colpito quello sbagliato, quello che non si aspettavano. Jebreal è ipocrita in modo cubista: concede, se abbiamo capito qualcosa del suo sproloquio, che la violenza è dappertutto ma quella “sistemica” è israeliana, cioè non ne esiste un’altra, per dire di destra, sionista, ergo americana, “in una spirale discendente” si potrebbe chiosare, le altre forme di brutalità e di sopruso sono al massimo episodiche o reattive; contesta, in pessima fede, ciò che è accertato, dimostrato e cioè che i palestinesi abbattuti in fama di giornalisti erano in realtà militanti di Hamas”.

Indulge sul “genocidio” palestinese come specchio, riflesso dell’attacco al “suo” giornale, un tributo di non senso, se non dell’idiozia, da pagare all’esigenza della scorrettezza morale, tanto più che a fare scempio della redazione torinese sono stati i paladini dei palestinesi, degli Hamas; ma come dignitosamente appellarsi alla non violenza politica dei grandi testimonial come Gandhi, Mandela o Luther King (che di suo non era proprio così pacifista) se si evita di ricollegare i terroristi alle loro origini, matrici, identità precise? Hanno combinato proprio un bel casino i balordi di Askatasuna e dei kollettivi, ma il casino vero l’hanno combinato le Rula, le Cuzzocrea, la Stampa e tutti quelli che si son presi addosso la merda ingrata. Dalla quale non possono riemergere.

Max Del Papa, 3 dicembre 2025

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