“La strada manco esisteva…”. Se avete il coraggio, leggete questa storia che riguarda Woodcock

Simona Sparaco racconta l'errore giudiziario che ha colpito suo padre e che ha distrutto l'azienda di famiglia: "Farò di tutto per far vincere il Sì"

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C’è un tono misurato, quasi disarmante, nelle parole di Simona Sparaco mentre racconta la paradossale assurda storia della sua famiglia. Una storia di ingiustizia. Di giustizia malata. Di pm che arrestano senza controllare. Di processi che durano 8 anni. Che distruggono aziende. E che risarciscono paradossali errori con 11mila micragnosi euro.

Parliamo di una storia che affonda le radici «più di vent’anni fa», ma che riemerge oggi, alla vigilia del referendum sulla giustizia. «Lunedì si vota per il referendum sulla giustizia e lunedì mio padre avrebbe compiuto 83 anni. Ho pensato fosse un segnale”, ha raccontato la scrittrice al Corriere dopo averne scritto anche ieri sulla Stampa. Un segnale che l’ha portata anche a rompere un silenzio lungo anni: «Per questo giovedì scorso non ho cambiato il canale della tv, per la prima volta dal 2 luglio 2002, da quando tutto era cominciato».

In televisione c’era il pm Henry John Woodcock. Ed è proprio da lì che la memoria torna a quella data: «Una vicenda che nemmeno un romanzo di Kafka». Il 2 luglio 2002, racconta, «in una mattina qualunque, la polizia è entrata in casa nostra con un mandato di perquisizione e di arresto per mio padre». L’accusa, secondo il magistrato di Potenza, era pesantissima: «Mio padre avrebbe corrotto il direttore generale dell’Inail». In cambio, sostiene Sparaco, «gli avrebbe regalato una casa per ottenere gli appalti per i lavori all’ospedale di Orbetello».

Ma quella casa, dice, «avrebbe dovuto essere a Monteverde in una strada che, semplicemente, non esisteva». Nonostante ciò, «hanno portato via mio padre con la camionetta dei criminali». Da lì inizia un calvario giudiziario lungo anni. «Mio padre è stato assolto con formula piena ma ci sono voluti quasi otto anni, in primo grado». Un tempo che appare inspiegabile anche a distanza: «Già, perché? Perché quando mio padre poteva essere scarcerato il gip è partito per le vacanze?».

Ancora più fragile, secondo il racconto, il quadro accusatorio: «Io e i miei fratelli abbiamo sfogliato a fondo le cinquecento pagine che lo accusavano. Abbiamo trovato soltanto un signore che diceva: “Io forse ho sentito dire che Luigi Sparaco avrebbe regalato una casa al direttore generale dell’Inail”».

Eppure quell’inchiesta ha avuto conseguenze pesantissime. «È riuscito ad ottenere l’interdizione dagli appalti dell’impresa di mio padre». Un colpo che ha travolto non solo la famiglia, ma anche i lavoratori: «Ha distrutto centinaia di famiglie, oltre la nostra». E il padre, racconta, «si è venduto la casa per non far mancare gli stipendi ai suoi dipendenti». Un dolore rimasto a lungo privato. «Mio padre non ne ha mai parlato. Noi neppure». Ma oggi, spiega Sparaco, «c’è questo referendum ed è arrivato il momento». Il giudizio è netto: «Woodcock ha distrutto vite e non ha chiesto scusa a nessuno. Per questo io voto sì. E farei qualsiasi cosa per convincere le persone che mi stanno intorno». Anche se, ammette, «nel mio ambiente è scomodo votare sì. Ma è un problema ideologico». E conclude: «È evidente che questo sistema giudiziario è malato, disfunzionale, giurassico».

A distanza di anni, cosa resta? «Una rabbia che non passa». Ma anche qualcosa di inatteso: «La consapevolezza che grazie a mio padre sono riuscita a tirar fuori il bello da questa situazione». Durante i domiciliari, racconta, «scrivevo tantissimo per sfogarmi, e papà leggeva e mi incoraggiava: “Simona diventerai una scrittrice se vorrai”». Poco dopo, il primo romanzo.

La vicenda giudiziaria, nei fatti, si è chiusa con l’assoluzione piena di Luigi Sparaco, arrestato nel 2002 con accuse di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Dopo mesi di detenzione e otto anni di processo, è arrivata la sentenza che lo scagionava. Il risarcimento per l’ingiusta detenzione è stato di 11.557 euro. Ma nel frattempo l’azienda, colpita dall’interdizione, è fallita.

Una storia che, oggi, torna nel dibattito pubblico non solo come vicenda personale, ma come simbolo di un rapporto controverso tra giustizia e vite reali. E che, nelle parole di Simona Sparaco, resta prima di tutto questo: «una storia che nemmeno un romanzo di Kafka».

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