La svolta di Open Arms: basta migranti, va a Gaza con la Flotilla

Aiuti umanitari, presenza “civile” e un messaggio politico

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Sumud flotilla

C’è una notizia che racconta molto del momento che stiamo vivendo: la nave simbolo dei salvataggi nel Mediterraneo cambia rotta. Non più (solo) il Canale di Sicilia, ma il Medio Oriente. Non più Lampedusa, ma Gaza. La ong Open Arms ha deciso di partecipare alla missione internazionale della coalizione Global Sumud Flotilla. La sua nave ammiraglia, la Open Arms, salperà il 12 aprile da Barcellona con un obiettivo dichiarato: portare aiuti umanitari alla popolazione della Striscia. Fin qui, tutto legittimo. Ci mancherebbe. Ma è il contesto che merita qualche domanda.

In una nota, l’organizzazione spiega che la missione punta a fornire “aiuti umanitari essenziali alla popolazione di Gaza e contribuire alla risposta internazionale di fronte a una crisi umanitaria senza precedenti”. E ancora: l’iniziativa nasce dalla convinzione che “quando i diritti fondamentali vengono violati e l’azione politica è insufficiente, la società civile e le organizzazioni umanitarie hanno la responsabilità di agire per proteggere la vita e la dignità umana”.

Per oltre un decennio Open Arms ha rappresentato uno dei volti più noti del soccorso ai migranti diretti verso l’Italia. L’ong ricorda di aver salvato più di 70mila persone in fuga da guerra, persecuzione o povertà. Un’attività – sottolineano – regolata dal diritto marittimo internazionale e dal principio di protezione della vita umana in mare. Adesso però il baricentro si sposta. Non più solo i flussi migratori verso l’Europa, ma il conflitto israelo-palestinese. Non solo search and rescue, ma una vera e propria presenza civile in uno degli scenari più esplosivi del pianeta.

Non è nemmeno la prima volta. Nel marzo 2024 – ricorda l’organizzazione – Open Arms ha collaborato con la World Central Kitchen per aprire un corridoio umanitario marittimo verso Gaza, rimasto chiuso per 17 anni a causa del blocco navale israeliano. Nella prima missione sono state consegnate 200 tonnellate di cibo. Nella seconda, un attacco contro il convoglio umanitario a terra ha provocato la morte di sette operatori e l’operazione è stata sospesa.

Ora si riparte. Con un mandato che, nero su bianco, va ben oltre la semplice consegna di viveri: fornire assistenza e supporto logistico, contribuire alla protezione della vita in mare, rispondere alle emergenze mediche, esercitare una presenza civile internazionale che “favorisca la distensione e riduca il rischio di azioni illegali o sproporzionate”, documentare eventuali incidenti “in difesa della trasparenza e del diritto internazionale umanitario”, rafforzare uno spazio umanitario sicuro. In altre parole: non solo aiuti, ma anche testimonianza e pressione internazionale.

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Open Arms precisa che la missione “non sostituisce l’azione politica o diplomatica degli Stati”, ma punta a proteggere i civili e a rafforzare il rispetto del diritto internazionale. E lancia un appello a organizzazioni, istituzioni e cittadini affinché sostengano l’iniziativa, perché “la popolazione civile non può aspettare”. Il punto politico, però, resta. Dopo anni al centro del dibattito italiano sui migranti – tra processi, scontri con i governi, accuse reciproche e riflettori mediatici – la nave simbolo dell’immigrazione nel Mediterraneo ora sceglie un altro fronte.

È una svolta strategica? Una necessità operativa? O il segno che la battaglia si è spostata altrove, dove il conflitto è globale e l’eco mediatica ancora più forte? Di certo c’è che la Open Arms cambia scenario. E abbraccia – volente o nolente – una battaglia ideologica, accompagnando le tante barche militanti contro Israele.

Franco Lodige, 25 febbraio 2026

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